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Apr 28, 2015

Agritools, la mappa dell’innovazione agricola in Africa

Una piattaforma fra ricerca e giornalismo racconta le storie di startup, incubatori e tech hub del continente. Ne esce il panorama delle realtà concentrate nello sviluppo di soluzioni che migliorino il settore primario

Agritools è un progetto giornalistico che mette insieme lavoro sul campo e crowdsourcing. Dietro c’è l’impegno di una giovane neolaureata sarda che ha studiato economia dello sviluppo a Torino, Elisabetta Demartis, appassionata del tema Africa e sviluppo – anzi, Africa e agricoltura – insieme a un piccolo team. Dopo aver trascorso dei periodi in Kenya, nel 2013, e Senegal, l’anno scorso, ha partecipato a un bando della celebre Bill e Melinda Gates Foundation aggiudicandosi un grant, cioè una borsa di studio di 18mila euro con cui ha finanziato la sua piattaforma.

Che cos’è? Una via di mezzo fra un lavoro di ricerca e un approfondimento giornalistico diffuso che prende le forme di una mappa interattiva – una parte della quale realizzata con e-agriculture, il programma della Fao per le tecnologie in agricoltura – attraverso la quale fornire lo stato dell’arte della cosiddetta ICT4Ag, cioè dell’ambito delle tecnologie dell’informazione e della telecomunicazione per lo sviluppo.

Le operaie dell’impresa Maria, localizzata nella banlieu di Dakar che, grazie alla piattaforma web Sooretul, stanno trovando nuovi mercati per la vendita dei prodotti locali trasformati

 

La terra dei giovani leader

Tradotto: Elisabetta, insieme al socio Sandro Bozzolo, hanno preso accordi, preparato il campo e se ne sono poi andati tre mesi in giro per l’Africa, dal Senegal al Kenya passando per Uganda e Ghana. Sono rientrati da poco e sono nel pieno del popolamento della piattaforma: scaricano e montano video, riordinano il materiale, filtrano le storie raccolte ma anche quelle che continuano ad arrivare dai diretti interessati. In quelle settimane hanno infatti intervistato, visitato, realizzato reportage videofotografici e soprattutto si sono resi conto di come funzionino e cosa stiano realizzando incubatori, acceleratori, startup, giovani imprese che tentano di accorciare le distanze fra tecnologia e agricoltura in un continente dal quale si pensa che tutti vogliamo fuggire.

La mappa si naviga agevolmente (magari dopo aver dato un’occhiata al tutorial) e cliccando sui vari hashtag che puntellano l’Africa si schiudono vicende e approfondimenti dai quali esce un’unica immagine: “Una scena estremamente vivace animata da quelli che chiamo giovani leader – mi spiega Demartis – persone che hanno lottato per garantirsi ciò che per noi è scontato, su tutto il diritto allo studio, e che stanno profondendo un enorme impegno per essere utili alle loro comunità”.

Un allevatore di etnia Peul nella regione di Fatick, in Senegal, durante il mercato di bestiame nel villaggio di Passi

Un allevatore di etnia Peul nella regione di Fatick, in Senegal, durante il mercato di bestiame nel villaggio di Passi

 

Le opportunità del mobile

Come? In particolare sfruttando le opportunità della rete mobile: come in molti territori in via di sviluppo, anche in molti Paesi africani gli utenti hanno scoperto internet tramite un battesimo mobile. Un dato? Con un ritmo di crescita di abbonamenti del 20% annuo l’Africa sta superando l’Europa quanto a telefonia mobile e punta a diventare la seconda regione al mondo più connessa alle reti di questo tipo.

Ecco perché i servizi che vanno fortissimo, e che stanno modificando la consapevolezza dei contadini e dei coltivatori rispetto al loro lavoro, sono fondamentalmente quelli che diffondono informazioni di base utili per esempio a evitare speculazioni sui prezzi delle materie prime o a coordinarsi con altri “colleghi” dei campi: basti pensare, tanto per capire, a idee come Farmerline in Ghana, che spedisce file audio via sms ai contadini analfabeti per dare loro informazioni sulle coltivazioni, sui prezzi dei prodotti, sul tempo. E mette a disposizione un call center. Superando così l’isolamento tecnologico e linguistico. Qualcosa del genere, ma in ambito educativo, lo fa per esempio la ong Worldreader.

Il fatto, mi spiega Demartis, è che spesso le organizzazioni internazionali distribuiscono denaro a pioggia smarrendo il senso delle loro missioni: “Finanziano progetti, specie quelle statunitensi, senza poi chiedere verifiche periodiche o capire che fine facciano. Col risultato che in quei Paesi tarda a innescarsi un tessuto di business in grado di garantire la crescita. E magari un certo prodotto viene in seguito distribuito gratuitamente da quella stessa organizzazione” tagliando le gambe a chi aveva avuto l’idea di provarci.

L’idea di lanciare questa piattaforma è nata, oltre che dalla mia passione, anche dai pregiudizi e dall’ignoranza che continuano a segnare il nostro rapporto con l’Africa, specialmente per questo genere di argomenti – conclude Elisabetta – non sappiamo assolutamente nulla dello stato dell’innovazione. Spesso, ovviamente, neanche negli stessi territori se ne ha contezza: ecco perché un altro obiettivo è fare in modo che questa mappatura delle nuove soluzioni agricole dal basso si diffonda, cresca e contamini anche chi magari non sa che nella città o nel Paese vicino c’è qualcuno che sta sviluppando soluzioni in grado di cambiargli la vita”.

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