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Feb 11, 2019

Carapellese, Unido: “L’agritech è la chiave per il riscatto dei Paesi in via di sviluppo”

Intervista con l'esperto dell'ufficio italiano dell'Onu per lo sviluppo industriale: al via la terza edizione del premio internazionale dedicato alle soluzioni innovative e sostenibili per agricoltura e agroindustria

Sostenere lo sviluppo promuovendo l’agritech. Da ormai tre anni l’Unido Italia, l’ufficio italiano per la promozione tecnologica e degli investimenti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale diretto da Diana Battaggia, organizza un importante premio internazionale. Si chiama, molto semplicemente, Idee innovative e tecnologie per l’agribusiness e quest’anno vede la collaborazione del Future Food Institute di Bologna fondato da Sara Roversi.

L’obiettivo è ambizioso: scegliere, su scala mondiale, le migliori tecnologie e le soluzioni più innovative e sostenibili applicabili ad agricoltura e agroindustria nei Paesi in via di sviluppo. Gli ambiti toccati sono molti: dalla produzione, lavorazione e conservazione degli alimenti, dalla logistica al consumo passando per la gestione responsabile delle eccedenze. Insomma, tutto ciò che incrocia agricoltura, energia e ambiente.

La partecipazione al contest – il bando completo è qui – è aperta a startup e imprese, ricercatori e università, centri ricerca e di trasferimento tecnologico, associazioni e organizzazioni non governative da tutto il mondo. Per presentare i progetti c’è tempo fino al 31 marzo attraverso la piattaforma dedicata: www.unido.it/award2019.

L’intervista

Per capire meglio le potenzialità di un’iniziativa simile, tirare le somme del primo triennio e capire davvero il ruolo dell’agritech nella cooperazione internazionale abbiamo intervistato Andrea Carapellese: 32 anni, romano, da anni è l’esperto internazionale in investimenti e tecnologia di Unido Italia e coordinatore del premio.

L’agritech come chiave per la cooperazione internazionale: che genere di esperienze sono nate dalle precedenti edizioni del premio?

L’ufficio delle Nazioni Unite per il quale lavoro si occupa di integrare in maniera inclusiva e sostenibile il settore privato nei meccanismi della cooperazione internazionale, favorendo la promozione di investimenti e opportunità di trasferimento tecnologico a beneficio delle aree più povere, e spesso più promettenti, del pianeta. Il settore agricolo è la spina dorsale delle economie dei Paesi in via di sviluppo, in molti dei quali arrivando a rappresentare 2/3 della forza lavoro occupata e 1/3 del Pil. Nonostante ciò, la quasi totalità dei Paesi africani, per fare un esempio, sono importatori netti di generi alimentari. Questo fa capire quanto sia strategico considerare l’agribusiness il settore chiave per alleviare la povertà e creare sviluppo ma quanto al tempo stesso sia necessario liberare questo potenziale attraverso l’innovazione e la tecnologia. Queste considerazioni ci portarono nel 2015, in occasione di Expo Milano, a ideare questo premio internazionale, con l’ambizione di ricercare e premiare innovazioni che rispondano alle esigenze di sicurezza e igiene alimentare nei Paesi in via di sviluppo, e che attraverso business model inclusivi potessero contribuire a migliorare la produttività̀ agricola e sviluppare catene di valore sostenibili e allo stesso tempo redditizie, facendo del settore agribusiness il principale fattore abilitante dello sviluppo. Negli anni, infatti, abbiamo sostenuto, dato visibilità e visto crescere molte delle iniziative premiate, favorendo un percorso basato sulla costruzione di un circolo virtuoso di connessioni tra il mondo privato, accademico, finanziario ed istituzionale attivi nello sviluppo.

È possibile tracciare un bilancio delle scorse edizioni e una stima degli ambiti nei quali avete ricevuto più progetti? Quali fronti sembrano stimolare di più la fantasia dei partecipanti?

Non essendo l’organizzazione di iniziative di questo tipo il cuore dell’attività del nostro ufficio, in occasione della prima edizione ci siamo messi in gioco, cercando anche noi di innovare i meccanismi con cui abbiamo sempre fatto cooperazione allo sviluppo. Il risultato è stato incredibile, tanto che il network creato di oltre mille tra università, centri ricerca, incubatori, associazioni di imprese e di agricoltori, ci ha portato in sole due edizioni a raccogliere 500 progetti da 80 paesi, coprendo tutti i 5 continenti. Inoltre, l’accuratezza richiesta nella profilazione delle proposte progettuali in fase di candidatura, la consulenza scientifica di enti quali Cnr, Crea, Enea, oltre al supporto, di volta in volta, di partner di primo livello sul tema della food and agricultural innovation, ci hanno permesso di fare una selezione accurata delle idee e tecnologie ricevute, valorizzando il nostro ruolo di honest broker con i nostri stakeholder e beneficiari nei Paesi target dell’organizzazione in Africa, Asia ed America Latina. La copertura settoriale è molto ampia, andando a coprire anche le intersezioni tra agrifood e miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori del settore, oppure l’esplorazione delle opportunità generate dall’approccio olistico al nexus cibo, energia e acqua. Tuttavia, possiamo dire che lo sviluppo di innovativi prodotti alimentari e nuovi modelli organizzativi, tecniche e tecnologie per la catena del freddo, riutilizzo degli scarti ed economia circolare, oltre alle classiche applicazioni di smart agriculture e coltivazione fuori suolo, sono stati tra i settori più gettonati nelle passate edizioni.

Il continente africano dispone di oltre il 50% delle terre coltivabili non ancora sfruttate: potrebbe diventare il granaio del pianeta

L’onda verde, la sostenibilità, l’agricoltura 2.0, l’alimentare possono essere davvero la strada per il riscatto di molti Paesi in via di sviluppo?

Assolutamente sì! Continenti come quello africano, per esempio, dispongono di oltre il 50% delle terre coltivabili non ancora sfruttate del pianeta, risorse che se combinate con pratiche innovative sostenibili, potrebbero permettere il tanto agognato “leapfrog” che potrebbe convertire queste aree nel granaio del pianeta. Questa rivoluzione sostenibile, infatti, è più facile che avvenga in aree che non hanno conosciuto, per esempio, i danni collaterali della “rivoluzione verde” in termini di consumo e inquinamento dei suoli, dove grazie alle nuove tecnologie sia più facile trasformare le sfide in opportunità, generare impatto sociale e ambientale attraverso le varie declinazioni locali di innovazione, e valorizzare economicamente anche il patrimonio di cultura agricola tradizionale di oltre 800 milioni di contadini in tutto il mondo.

Andrea Carapellese

Qual è questo potenziale?

Il potenziale valore del settore agricolo africano al 2030 è stimato in 1000 miliardi di dollari, e le applicazioni tecnologiche che le aree emergenti del pianeta stanno già sperimentando, possono aprire scenari di crescita davvero inediti; basti pensare per esempio alle possibili applicazioni della blockchain in campo alimentare, grazie alla decentralizzazione degli scambi o alla lotta al “land grabbing” attraverso la sperimentazione sui titoli di proprietà fondiari come sta facendo il Ruanda. La grande diffusione degli smartphone nei paesi in via di sviluppo ha poi già aperto da qualche anno un interessantissimo mercato legato alla “finanza mobile”, come il caso di M-Pesa, e all’assistenza delle decisioni degli agricoltori, come testimoniato da molti progetti candidatisi alle passate edizioni del nostro premio. Infine, la carenza di infrastrutture energetiche e reti di distribuzione nel continente africano che hanno favorito l’utilizzo sempre più massiccio di sistemi off-grid collegati al mondo agricolo delle aree rurali, con un impatto fondamentale non solo sui temi ambientali, ma anche nella ricerca di modelli di sviluppo integrati e innovativi.

In un contesto internazionale traballante, segnato da dazi e ostacoli, il peso della cooperazione internazionale si fa ancora più forte ma forse aumentano le difficoltà?

Le economie dei Paesi in via di sviluppo, soprattutto quelle delle aree più attenzionate dalla cooperazione internazionale, tipo l’Africa sub-Sahariana, sono ancora molto legate alle risorse, anche quelle alimentari. Dunque, in un contesto internazionale molto più vulnerabile, nel quale scambi e manifatturiero non hanno più il vento in poppa, l’impatto di guerre commerciali, malattie del bestiame e condizioni meteo estreme, soprattutto nelle aree più arretrate del continente, oltre a generare incertezza sui prezzi alimentari, possono portare a vere e proprie crisi economiche e sociali. Per questo motivo per mettere in sicurezza queste aree e aprire la strada per un effettivo sviluppo è fondamentale combattere le cause della bassa produttività e delle ingenti perdite alimentari, introducendo innovazioni adeguate con un approccio inclusivo e multi-stakeholder, in maniera da superare il concetto di “aiuto allo sviluppo” per approdare ad un più sostenibile co-sviluppo che liberi le energie giovani delle aree emergenti del globo. È stata proprio questa necessità di affrontare l’estrema volatilità e complessità del settore agroalimentare attraverso la ricerca “dal basso” di pratiche, idee, tecniche e tecnologie innovative su tutta la filiera, che ha originato l’iniziativa del premio internazionale Unido, capovolgendo dunque la logica che vuole che l’innovazione sia un fenomeno da mercati maturi e che viaggi in maniera un unidirezionale verso queste aree.

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