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Alessia Berra, classe 1994, è una nuotatrice di grande tenacia: tra i suoi tanti successi c’è anche la medaglia d’argento nei 100m farfalla femminile S13 alle Paralimpiadi di Tokyo 2020. Ha una maculopatia causata dalla malattia di Stargardt: all’inizio della sua carriera ha preso parte alle gare di nuoto per normodotati, poi nel 2015 è passata a quelle paralimpiche per ipovedenti e ha deciso di unire il suo impegno in vasca a quello fuori dall’acqua, per promuovere lo sport e l’inclusione. La campionessa ha cercato così di aprire strade nuove, bussando a tante porte diverse, a partire dal suo territorio, la Lombardia, per portare maggiore consapevolezza circa il mondo paralimpico all’interno della società.

L’importanza di accettare se stessi

Nuotatrice, maestra di educazione fisica e istruttrice. Ma come è iniziato tutto? «La mia carriera – racconta Alessia Berra a Startupitalia – è iniziata quando avevo appena 6 mesi e mia madre mi ha portato per la prima volta in piscina, grazie a un corso baby-genitore. Poi, arrivata verso i 19-20 anni, al primo anno di università, ho smesso, ma nel frattempo ho cercato di ottenere il brevetto da istruttrice, in particolare per insegnare ai ragazzi con disabilità. In questo mia ricerca di punti di riferimento, in un contesto in cui scarseggiavano le informazioni sullo sport per disabili, ho trovato i contatti giusti e sono entrata in un mondo nuovo. Così ho ricominciato, da atleta paralimpica, a fare le gare ». 

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Per l’atleta è stato l’inizio di un vero e proprio percorso: «Per vent’anni non mi sono mai accettata, poi mi sono ritrovata ad allenarmi con persone in carrozzina, con protesi o completamente non vedenti. All’inizio mi sono subito chiesta cosa ci facessi io lì, ma in un secondo momento ho iniziato a capire che disabilità significa solamente partire da una situazione di svantaggio, in cui anche io rientravo: ho compreso che non ero unica e rara, ma che c’erano tante persone simili a me».

L’Azzurra è così entrata in contatto con tanti atleti, anche a livello internazionale, con cui si è creato uno spirito di gruppo «davvero bello: magari capita che io spingo un collega in carrozzina e lui legge per me. Impari a conoscere tante condizioni diverse e riesci a vedere prima la persona, perché noi non siamo la nostra disabilità, dobbiamo ricordarlo a noi stessi e agli altri». 

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Alessia Berra: «Campioni, non super eroi»

Per fortuna negli ultimi anni anche il mondo paralimpico ha avuto modo di essere sempre più conosciuto all’interno della società. «Pensiamo a campionesse come Bebe Vio, che sono diventate personaggi pubblici e hanno aiutato le persone a capire che ce la si può fare e che il disabile non va visto con compassione». 

Attenzione, però. Come spiega Alessia Berra, non bisogna far passare un messaggio sbagliato, ovvero che lo sportivo paralimpico sia quasi un supereroe, rischiando in questo modo di scoraggiare tanti giovani atleti con disabilità. «Allo stesso modo andrebbe anche abbandonata una certa cultura sociale di pietismo che porta a dire ‘Poverino, però è bravo’».

Le scuole per educare all’inclusione

Per questo motivo è importante andare nelle scuole per testimoniare e promuovere lo sport paralimpico: «Io stessa fino a 20 anni non lo conoscevo: quanti giovani nella mia stessa condizione non sanno che esistono contesti sicuri in cui poter esprimere se stessi? Dobbiamo evitare che le disabilità facciano diventare invisibili». 

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Alessia Berra con Carlotta Gilli

Racconta ancora Alessia Berra: «Quando vado nelle scuole cerco di propormi come una di loro. Sono una ragazza che testimonia come lo sport è disciplina e costanza: ci si deve battere prima di tutto con se stessi, per andare oltre i propri limiti. Se poi si sconfiggono anche gli avversari bene, altrimenti comunque io la mia parte l’ho fatto. E questo discorso credo che si possa applicare ad ogni ambito della vita». 

Sport per tutti

Da queste premesse nasce, ad esempio, il progetto “Sport unicamente per tutti”, che offre programmi inclusivi per rispondere al bisogno e alle richieste delle famiglie che hanno figli con disabilità motorie e intellettive: «Ho voluto fare qualcosa di concreto per promuovere fattivamente l’attività sportiva. C’è ancora molto lavoro da fare per insegnare che è importante prima di tutto come si gioca, non chi fa più gol». 

Alessia Berra vorrebbe dare più strumenti anche ai professori, in particolare di educazione fisica, perché «almeno nelle loro ore tutti possano essere coinvolti, senza alcuna distinzione. C’è quindi un doppio binario, con gli studenti e con gli educatori. Poi devo dire che anche la risposta delle famiglie è positiva, si stupiscono quasi quando i loro figli tornano a casa e raccontano entusiasti quello che abbiamo fatto insieme. E per me vuol dire tanto».

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Parlare di sport il più possibile 

Le Olimpiadi di Milano Cortina 2026 possono essere una buona occasione per parlare dello sport paralimpico. «Anche a livello locale le società sportive possono fare di più, abbattendo per esempio le barriere architettoniche che ancora ci sono e facendo tanta promozione in contesti aperti a tutti, senza separare lo sport paralimpico. Un esempio che ho portato avanti è l’organizzazione di open day unici, senza divisioni in base alle caratteristiche fisiche o intellettive. Questa per me è vera inclusione». 

Sempre in questa direzione, «occasioni come il Festival del Management, a cui ho partecipato all’Università Bocconi, sono una vetrina importante, perché si condividono con gli altri non solo le proprie idee, ma anche dati, risultati e progetti concreti messi in campo a favore dell’inclusione: può essere un modo per avere ispirazioni e declinare quello che è stato fatto da altri per la propria attività».

Come atleta, nei momenti più duri, il motto di Alessia Berra è uno solo: “Quando la forza muore, buttaci il cuore”. Più in generale, soprattutto in una società competitiva come la nostra, «vorrei ribadire che la sconfitta non va vissuta come un fallimento: ogni esperienza che facciamo ci forma e ci aiuta a crescere. Per questo mi piace molto la frase di Nelson Mandela che dice: ‘Non si perde mai: o si vince o si impara’».