La Cina vuole mangiarsi il mercato food tech indiano | The Food Makers
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Ultimo aggiornamento il 24 gennaio 2019 alle 18:29

La Cina vuole mangiarsi il mercato food tech indiano

L'India, protagonista di uno spettacolare processo di urbanizzazione e innovazione, è la prossima frontiera del food tech e food delivery. Settori nei quali la Cina ha fatto scuola. Il Dragone vuole provare a prendersi una parte di quel nascente mercato. Ma non sarà semplice

Quando si pensa al food tech e al food delivery il primo posto che viene in mente, di solito, è la Cina. Chi è stato a Pechino o Shanghai sa che nelle grandi città cinesi il traffico di biciclette, motorini, camioncini e mezzi di diverso genere condotti da rider pronti a consegne di cibo è gigantesco e inarrestabile. Ebbene, ora c’è un altro Paese dove questo mercato si sta espandendo a vista d’occhio: l’India. E i big del Dragone non vogliono lasciarsi sfuggire la possibilità di replicare il successo già conseguito in madrepatria nel grande vicino asiatico. Una missione che però non sembra così semplice.

Crescita spettacolare

L’industria food tech ha conosciuto una crescita spettacolare in India negli scorsi anni, accompagnando un grande processo di urbanizzazione e di innovazione che ha portato Nuova Dehli a essere una delle nuove patrie degli unicorni. Secondo un report di RedSeer Consulting, nel 2017 il food tech è il settore digital in maggiore crescita nel Paese e secondo le previsioni continuerà a crescere in futuro con l’innalzamento dello stile di vita dei cittadini indiani. Entro il 2021 il valore del settore food tech dovrebbe sorpassare i 2,5 miliardi di dollari, con una crescita intorno al 15 per cento ogni anno.

L’appetito degli investitori cinesi

Non sorprende dunque che il settore ha attratto investimenti provenienti anche al di fuori dei confini indiani. Nella prima metà del 2018 sono arrivati circa 473 milioni di dollari solo dagli investitori cinesi. La Cina è infatti geograficamente e politicamente forse quella più adatta a provare a entrare con forza nel mercato indiano. A parte la vicinanza fisica e i comuni interessi, recentemente Xi Jinping e il presidente indiano Narendra Modi si sono incontrati accordandosi su una serie di progetti di sviluppo economici da portare avanti insieme. Meituan Dianping, un vero e proprio gigante del food delivery cinese, ha guidato un importante round di 210 milioni di dollari per la startup indiana Swiggy. Sempre nel corso del 2018 Ant Financial, il fondo di Alibaba Group Holding, ha invece finanziato con 150 milioni di dollari il principale rivale di Swiggy, vale a dire Zomato. Non solo. Ola, una piattaforma di trasporto costruito sullo stile di Uber, è entrata nel mercato food delivery dopo aver ricevuto un finanziamento importante da Didi Chuxing, il suo omologo cinese. Dopo aver raggiunto grandi risultati sul mercato interno, i colossi cinesi stanno provando a ricreare lo stesso sistema sul mercato indiano e hanno così velocemente guadagnato una buona fetta del business. Basti pensare che Swiggy e Zomnato rappresentano oggi rispettivamente il 35 e il 25 per cento del mercato indiano ed entrambe hanno alle spalle una forte presenza cinese.

Resistenze indiane

Ma non è tutto oro ciò che luccica. Prima del recente vertice presidenziale i rapporti tra India e Cina non erano così semplici. A Nuova Dehli e dintorni sono scettici e guardano con sospetto al colossale progetto della Nuova Via della Seta, anche per l’ingente presenza cinese nel vicino Pakistan. Sembra difficile che l’India possa davvero far entrare in massa i big cinesi tra le proprie mura. C’è poi anche un altro aspetto. Il sistema cashless, sul quale si basa anche lo stesso food delivery. che ha ormai conquistato la Cina non riesce a prendere del tutto piede in India. Nello stato del Kerala molti ristoranti hanno dichiarato che non accetteranno ordini da piattaforme di food delivery a partire dal 1° dicembre perché temono la corsa al ribasso degli sconti online. E il margine delle app è considerato troppo alto.

Concorrenza da Occidente

Gli investitori cinesi dovrebbero dunque provare ad adottare strategie diverse, adattandosi al mercato indiano. Pensare di ricreare semplicemente quanto già fatto in madrepatria non sembra la strada più adatta. Senza considerare che la concorrenza è più che agguerrita. Anche i colossi americani hanno messo gli occhi sull’India, da Uber a Pizza Hut, da Dominos a McDonald’s. Si tratta di una partita complessa che si gioca su più tavoli. La Cina ha un vantaggio naturale rispetto agli investitori occidentali ma allo stesso tempo non può esagerare se non vuole che l’India si chiuda temendo una presenza egemone. Basti pensare a che cosa sta succedendo nel mercato dell’e-commerce, dove fino a ora reggono pesanti blocchi alle piattaforme cinesi. Gli utenti indiani possono infatti acquistare un massimo di quattro prodotti all’anno utilizzando strumenti come Alibaba o JD.com.

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