Indoor farming, i pro e i contro della nuova frontiera del chilometro zero | The Food Makers
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Ultimo aggiornamento il 29 gennaio 2019 alle 7:22

Indoor farming, i pro e i contro della nuova frontiera del chilometro zero

Urban Crop Solution è una startup belga che ha provato a superare gli alti costi di produzione dell'indoor farming attraverso un approccio modulare

L’attenzione di molti investitori si è concentrata negli ultimi anni nel settore dell’indoor farming. Si tratta della possibilità di far crescere piante all’interno di luoghi isolati dal mondo esterno grazie all’utilizzo di luci artificiali, soluzioni nutritive e sistemi di controllo del clima. Un sistema che a dire il vero è stato sviluppato trent’anni fa, ma che negli ultimi anni è tornato in auge per due motivi: la riduzione del costo della tecnologia e il timore che con una popolazione mondiale in aumento la terra oggi coltivabile non sia sufficiente a sfamare tutti.

Eppure le coltivazioni indoor stentano a stare in piedi con le proprie gambe. Nonostante oggi una lampada a led costi e consumi meno di una ad incandescenza, i costi energetici e di infrastruttura per realizzare una vertical farm rendono proibitivi per le tasche della maggior parte delle persone i prodotti cresciuti indoor.

L’idea di Urban Crop Solution

Una idea innovativa arriva da Urban Crop Solution, una startup belga che ha provato ad abbattere gli alti costi di produzione dell’indoor farming attraverso un sistema modulare che si adatta alle esigenze del committente ed è completamente automatizzato.

I ricercatori di Urban Crop Solution hanno sviluppato due famiglie di soluzioni: il container e la facility modulare. Nel primo caso la startup realizza interamente una vertical farm in cui far crescere insalate ed erbe aromatiche all’interno di un container che può essere spedito in qualunque parte del globo. Basta alimentarlo con energia elettrica ed acqua (non ne serve molta) ed è possibile produrre cespi di lattuga in Alaska come nel bel mezzo del Sahara.

 

L’altro sistema è pensato per essere adattato alle esigenze del cliente che può avere a disposizione un magazzino vuoto, oppure un solaio o una cantina da adibire a vertical farm. In questo caso il progetto viene realizzato con componenti modulari che permettono di consegnare un impianto completamente automatizzato adattabile ad ogni spazio.

Leggi anche: Indoor farming, dieci siti da cui iniziare

Pro e contro dell’indoor farming

Ma perché qualcuno dovrebbe produrre insalata al chiuso? I sostenitori dell’indoor farming affermano che questo tipo di produzione è l’unica veramente a chilometro zero, visto che può essere portata avanti anche all’interno delle città. Inoltre utilizza pochissima acqua e terra. I detrattori, per contro, affermano che i costi energetici e di impianto rendono l’indoor farming molto più impattante sull’ambiente di quanto non faccia l’agricoltura tradizionale.

La giusta via, come spesso accade, sta nel mezzo. L’indoor farming ha senso in quei Paesi, come gli Stati del Golfo, che hanno tanta energia e poca terra arabile e sono costretti dunque ad importare prodotti da centinaia di chilometri di distanza. Mentre ha poco senso in un luogo, come l’Italia, dove il clima è favorevole e le aree vocate alla coltivazione di insalate buone e a basso costo sono molte.

Ma perché si parla sempre di insalate? Perché per avere la speranza di essere sostenibili le piante prodotte devono essere di taglia bassa (visto che le vasche di crescita sono l’una sull’altra) e a ciclo breve. Sarebbe infatti impossibile coltivare il mais, che richiede sei mesi di tempo per crescere e occuperebbe, in altezza, un intero container.

 

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