Tutto quello che c'è da sapere su cibo e social
#SIOS19
Prenota il tuo biglietto

Ultimo aggiornamento il 13 aprile 2015 alle 9:23

Tutto quello che c’è da sapere su cibo e social

Quando nasce, da dove deriva e quali sono le regole della pornografia del cibo. Un piccolo vademecum di #foodporn e #foodgasm

Fotografare il cibo e condividerlo istantaneamente sulle reti sociali, pubbliche e private, con hashtag o via Whatsapp, ormai è un’azione automatica, uno stimolo necessario, come bere e, appunto, mangiare. La fame non conta, né tanto meno il fatto che la pietanza possa diventare fredda. L’imperativo è condividere e generare invidia e commenti. Sembra che mangiare sia subordinato al fotografare, perché bisogna bloccare quell’istante per rendere immortale il piatto o almeno il suo impiattamento. La digestione farà il resto, ma ciò che importa è cristallizzare l’atto del mero e volgare consumo a scopo di nutrimento. Il cibo assurge a opera d’arte, a Gioconda nel Louvre, è a più riprese definito espressione di bellezza e di un momento di vita positivo. E, siamo sinceri, se la foto è accompagnata dal commento standard “alla faccia vostra” serve anche come frecciatina, probabilmente inutile, a “chi ci vuole male”.

cibo e foodporn

Volendo andare oltre le bieche supposizioni, nel viaggio negli universi di senso dei discorsi del gusto appena apparso sul blog RuralHub.it si dimostra che, utilizzando un po’ di buon senso e i tool per l’analisi dei discorsi sui Social Media, è lapalissiano l’attestarsi mondiale dell’hashtag #foodporn che, contrariamente all’apparenza, non descrive una pratica sessuale stile YouPorn con tanto di degustazione “esperienziale”, bensì un bel piatto di pasta al sugo. In questo filone, per completezza di informazione, si inserisce anche l’hashtag #foodgasm, crasi tra food e orgasm, l’άκμή della sessualità, che esplicita l’esplosione di gusto di una pietanza tramite una simpatica sinestesia.

La nascita della food pornography

La prima a parlare di food pornography è stata l’accademica, giornalista e scrittrice Rosalind Coward, nel suo volume Female Desire (1984), in cui descrive il cucinare e il presentare una pietanza come un atto di servilismo votato al desiderio di donare affetto in modo gradevole e tecnicamente perfetto. Secondo Coward ciò emerge con preponderanza nelle fotografie di cibo che spesso reprimono il processo di preparazione e sono ritoccate e illuminate benissimo. In questo senso, cucinare è un modo elegante di prostrarsi e di offrire, come si fa nei photoshoot di moda, il proprio profilo migliore.

Il collegamento con la pornografia sta, quindi, nel concedersi, nell’offrire un servizio, edibile o meno, a patto che sia senza sbavature. Una posizione, a tratti, un po’ esasperata rispetto all’arte culinaria, specialmente se contestualizzata nel Mediterraneo nostrano dove la mater familias ha l’abitudine di sancire i momenti topici del focolare con manicaretti in cui sono racchiusi non solo valori nutrizionali, ma anche tradizionali e affettivi. Piuttosto, rispetto al trend sopracitato della condivisione compulsiva di food photography, risulta decisamente pregnante l’osservazione di Coward sull’illuminazione e sul ritocco delle immagini che sono accomunate da una composizione statica e simmetrica volta a generare l’effetto di senso di armonia di forme e colori. Nella fotografia di food imperano le rime cromatiche, eidetiche e plastiche per fare in modo che il cibo risalti anche grazie alla disposizione degli oggetti. Si rimedia lo still life, l’istante durativo, per immortalare il cibo nel pieno della sua volatile freschezza e fragranza.

cibo e pornografia

Immortalare il cibo, dallo still life a instagram

La fotografia etichettata con #foodporn è, infatti, filiazione diretta dello still life che scaturisce a sua volta del genere pittorico della natura morta, o vanitas, termine derivante dalla locuzione latina “vanitas vanitatum et omnia vanitas”, tratta dal Qoelet. Si tratta di una celebrazione ironica dell’ineluttabilità dello scorrere del tempo e della vanità dei piaceri terreni, che si colloca a piè pari tra preservazione, consumo e consunzione. Conta, dunque, la componente passionale e sinestesica dell’immagine dove il modo di dire “anche l’occhio vuole la sua parte” trova la sua più ovvia manifestazione. Attraverso la rappresentazione visiva della pietanza si cerca di ammaliare l’osservatore mediante la forma, testura e colori della pietanza, poiché gusto e olfatto non possono essere direttamente coinvolti.

Si tratta di una presa estetica, come amava definirla Algirdas Greimas, ovvero l’attivazione della sfera sensoriale per provocare sensazioni nostalgiche rispetto alla volatilità di un manufatto la cui proporzionalità tra tempo di preparazione e tempo di consumo è spesso magnificamente sottodimensionata. Mangiare è l’atto di consumare stricto sensu, poiché la pietanza, per quanto bella, viene ridotta al nulla in virtù del bisogno primario di nutrirsi. A tale proposito “mangiare con gli occhi”, uno degli usi figurati del verbo, serve a rendere l’idea del desiderio, dell’avidità, con cui si guarda una determinata cosa e ci riconduce al gusto oculare di cui sopra.

Hashtag e filtri

Insomma, dietro #foodporn, così come per tutti gli hashtag rilevanti nel panorama social, ci sono complessi universi di senso, tanto che Dan Zarrella, noto “scienziato” dei social media, è giunto alla conclusione che l’hashtag appropriato è direttamente proporzionale al numero di like, così come la scelta del filtro fotografico adatto che risulta essere, addirittura, il Normal, ovvero il #nofilter, a cui seguono Willow, Valencia, e Sierra. Questi e altri insight si trovano nell’infografica dal titolo “The Science of Instagram”, pubblicata l’otto settembre 2014, in cui si riportano i risultati di un suo studio condotto su un campione di 1.494.175 immagini postate su Instagram da 538.270 utenti, finalizzato a identificare le buone pratiche della condivisione di foto di successo.

food pornography

Da altre ricerche, invece, è emerso che Lo-fi è il filtro elettivo del #foodporn poiché rende il testo visivo leggermente sfocato e ne riscalda la temperatura di colore, in altre parole genera l’effetto flou, che convoca la percezione propriocettiva e la sensomotricità corporea (Basso 2003, p. 59), e valorizza la rappresentazione rispetto a estetizzazioni condivise dalla cultura di riferimento per fare in modo che l’osservatore possa aver modo di mimetizzarsi nell’esperienza culinaria. Consumare una pietanza è un’esperienza estetica ed estatica che, riprendendo uno degli aforismi a sfondo culinario più citati sui social network, scaturito dalla penna di Thomas Somerset Maugham, “è come il profumo di una rosa: lo puoi solo odorare”.

Rimani sempre aggiornato sui
temi di StartupItalia!
iscriviti alla newsletter