Il "dazio zero" per la Tunisia scatena la battaglia dell'olio
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Ultimo aggiornamento il 10 marzo 2016 alle 15:58

Perché il “dazio zero” per la Tunisia ha scatenato la battaglia dell’olio

La Ue dà il via libera all'aumento per 2 anni delle importazioni (senza dazi) di olio di oliva tunisino. Ma le clausole di salvaguardia non bastano ai produttori italiani. Che avvertono: così si rischiano le frodi (e pagherebbe il made in Italy)

Sta diventando una battaglia, quella dell’olio, annunciata già da tempo. E che durerà almeno un paio di anni, ovvero quanto durerà il provvedimento preso oggi dal Parlamento europeo che ha votato a favore dell’aumento delle importazioni senza dazi di olio tunisino (per i prossimi 2 anni, appunto). Una decisione che riguarda 35mila tonnellate di olio che si aggiungono al contingente tariffario annuale pari a 56.700 all’anno. L’obiettivo è sostenere lo sviluppo economico in una Tunisia fiaccata dagli attentati terroristici dello scorso anno (il settore oleicolo dà indirettamente lavoro a oltre un milione di persone e rappresenta un quinto dell’occupazione totale tunisina in agricoltura). E dovrebbe durare giusto 2 anni, clausola di salvaguardia dei produttori europei di olio. Che comunque sono sul piede di guerra lo stesso.

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Clausole di salvaguardia? “Macché, rischio di frodi”

L’adozione del provvedimento è avvenuta con 500 voti a favore, 107 contrari a 42 astensioni. E’ stata prevista una valutazione intermedia sugli effetti dell’aumento delle importazioni sul mercato europeo, addirittura la possibilità di revoca nel caso ci fosse un impatto troppo negativo per il settore in Europa. Introdotta anche una clausola di tracciabilità delle merci, per garantire che l’olio importato sia interamente prodotto in Tunisia. Secondo la relatrice liberale Marielle de Sarnez, l’aumento temporaneo “fornirà un aiuto essenziale alla Tunisia e non dovrebbe destabilizzare il mercato europeo“. Cosa che naturalmente non convince per niente i produttori europei, italiani men che meno. “La ripresa dell’olivicoltura nazionale è legata anche al modo in cui saremo in grado di impedire il moltiplicarsi di frodi, con gli oli di oliva importati che vengono spesso mescolati con quelli nazionali per acquisire, con le immagini in etichetta e sotto la copertura di marchi storici, magari ceduti all’estero, una parvenza di italianità da sfruttare sui mercati nazionali ed esteri, a danno dei produttori italiani e dei consumatori”, avverte il presidente Coldiretti, Roberto Moncalvo. “Non va certamente in questa direzione, dopo che nel 2015 in Italia sono aumentate del 481% le importazioni dell’olio di oliva della Tunisia per un totale di oltre 90 milioni di kg, la decisione del Parlamento europeo, di consentire l’accesso temporaneo supplementare sul mercato dell’Unione di 35mila tonnellate di olio d’oliva tunisino a dazio zero, per il 2016 e 2017”. Servirebbero controlli per la valutazione organolettica ai regimi di importazione per verificare la qualità merceologica dei prodotti in entrata., “trasparenza nell’etichettatura dell’olio” e i consumatori “non devono essere costretti a fare la spesa con la lente di ingrandimento per poter scegliere consapevolmente senza cadere nelle trappole del mercato”. L’idea insomma è che queste norme “non aiutano i produttori tunisini, danneggiano quelli italiani e aumentano il rischio di frodi a danno dei consumatori”.

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Nel mondo consumi per 3 miliardi di kg

Del resto l’Italia può contare su un patrimonio di 250 milioni di ulivi ed è l’unico Paese con 533 varietà di olive e 43 oli tutelati dall’Unione Europea. Il fatturato dell’olio d’oliva sale al valore record di 3 miliardi di euro nel 2015 realizzati per oltre la metà grazie alle esportazioni. In una sola generazione, sono praticamente raddoppiati i consumi mondiali di olio di oliva con un balzo del 73% negli ultimi 25 anni che ha cambiato la dieta dei cittadini in molti Paesi, dal Giappone al Brasile, dalla Russia agli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna alla Germania. Nel mondo sono stati consumati complessivamente 2,99 miliardi di kg di olio di oliva nel 2015 con la vetta della classifica conquistata dall’Italia con 581 milioni di kg e della Spagna con 490 milioni di kg, ma sul podio salgono a sorpresa anche gli Stati Uniti con un consumo di ben 308 milioni di kg e un aumento record del 250% nell’arco di 25 anni. Ma la crescita dei consumi è avvenuta in modo vorticoso nell’ambito di una generazione anche in altri importanti Paesi a partire dal Giappone dove l’incremento e’ stato addirittura del 1400% per un consumo di 60 milioni di kg nel 2015, in Gran Bretagna con una crescita del 763% a 59 milioni di kg e in Germania che, con un incremento del 465%, raggiunge i 58 milioni di kg. Una rivoluzione nella dieta anche in Paesi come il Brasile in cui l’aumento e’ stato del 393% per un totale di 66,5 milioni di kg, la Russia in cui l’aumento e’ stato del 320% anche se le quantità restano limitate a 21 milioni di kg e la Francia che con un incremento del 268% ha superato i 103 milioni di kg.  La situazione, avverte Moncalvo, è invece profondamente diversa nei Paesi tradizionalmente produttori come l’Italia dove nel corso dei 25 anni i consumi sono rimasti pressoché stabili (+8%), la Spagna dove c’è stato un debole aumento del 24% mentre in Grecia si è verificato addirittura un -27%.

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Il problema è la trasparenza su qualità e origine

Il problema è che è forte la richiesta di trasparenza sulla reale origine dell’olio contenuto nelle bottiglie vendute come italiane, tanto che il 99% dei consumatori stranieri ritiene una frode la vendita di un olio extravergine d’oliva come italiano se fatto con olive provenienti da altri Paesi, secondo l’indagine Unaprol/Ixè. “Per cogliere le opportunita’ che si aprono per il prodotto simbolo del Made in Italy e della dieta mediterranea bisogna stringere le maglie della legislazione con l’attuazione completa delle norme già varate con la legge salva olio, la n. 9 del 2013, dai controlli per la valutazione organolettica ai regimi di importazione per verificare la qualità merceologica dei prodotti in entrata”. In una parola: credibilità .

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