Foodporn: perché le foto dei piatti sono sempre dall'alto
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Ultimo aggiornamento il 3 aprile 2015 alle 10:28

Foodporn: perché le foto dei piatti sono sempre dall’alto

Fotografare un piatto da una prospettiva aerea ha a che fare con le nostre insicurezze, ci fa sentire degli dei e non se lo sono certo inventati gli hipster su instagram

Immortalare le pietanze dal punto di vista aereo, tagliando la terza dimensione, è un carattere costante dell’estetica del cibo su Tumblr e Instagram. Ma oltre al nostro rapporto con esso rivela qualcosa di più del nostro complicato girovagare sociale. Come se, rispetto alle pietanze che immortaliamo, ci sentissimo degli dei. Anzi, un’unica divinità: quella del cibo. God’s eye view, si dice in inglese. Ma lo sappiamo benissimo qual è, in fotografia: il punto di vista dall’alto. Quello evidentemente preponderante nell’universo dei social network per quanto riguarda hashtag come foodporn e affini.

Perché due volte su tre non riusciamo a fare a meno di regalare alle portate quell’inquadratura “aerea”? C’è chi sale sulla seggiola, chi si limita ad alzarsi, chi sposta i piatti a terra. L’importante è ricavare un complessivo risultato di controllo, d’insieme, di limitato recinto che però, alla fine, regala agli scatti un po’ lo stesso sapore. Quello di demiurghi che hanno sfornato la loro intima composizione.

La vista dall’alto è l’unica possibile

Munchies, uno dei canali di Vice America, ha tentato di darsi una risposta. Anzi, una serie di risposte. La prima è che un’angolatura del genere è l’unica possibile per fare una foto decente con un iPhone o, in generale, uno smartphone. Un’immagine che abbia cioè uno straccio di ambizione estetica e rifugga dall’altra categoria, quella delle foto di taglio alla TripAdvisor. Utili alla pancia ma non agli occhi: “Si crea l’illusione della piattezza con una prospettiva di dominio e voilà – si legge sul sito – ecco trasformato il tuo semplice pranzo in un pezzo di foodporn”. Quasi un ready made alla Duchamp.

Il foodporn ante litteram di Daniel Spoerri

Benissimo. Peccato che questa volontà protoartistica non sia esattamente una novità. Come giustamente ricorda Edith Young, già nel 1960 il rumeno naturalizzato svizzero Daniel Spoerri sfornò scatti del genere, a loro volta frutto di installazioni. I quadri-trappola culinari sono nature gastronomiche situazioniste prese dall’alto – ma in realtà appese al muro – #foodporn ante litteram, strani assemblaggi di oggetti da tavola imbandita. Piatti, tazze da caffè, posate, cestini, brocche, bicchieri: deschi domestici o di ristorante lasciate esattamente come trovati al termine di un pasto. Dunque, non ci siamo inventati nulla.

D’altronde, Spoerri andò ben oltre i pannelli di legno con sopra attaccati coltelli e bottiglie. Il suo rapporto col cibo dette vita a un filone non a caso ribattezzato Eat art che toccò diversi aspetti. A parte il (suo) ristorante aperto a Düsseldorf, l’artista lanciò poi una ricerca che – partita dal cibo e dalle tavole tramortite da pranzi e cene, ma in fondo già attiva da prima con i tableaux-pièges – si dipanò ben oltre, verso l’abbandono della creatività a favore di una presa d’atto della realtà. Una specie di copiaincolla creativo.

L’incertezza e il controllo del cibo

C’è dunque da chiedersi – con mezzo secolo di distanza – quello che si domanda Munchies: se questo trend bidimensionale permea non solo l’arte contemporanea ma anche le vetrine, i quotidiani, i video musicali e le interfacce digitali (material design di Android e iOS dal 7 in poi), così come i social media, cosa diavolo può suggerirci rispetto alla nostra cultura e, più nel dettaglio, al nostro rapporto col cibo? Questo profluvio di god’s view gastronomici può rivelarci qualcosa di significativo sulla psicologia di massa e sulla sempre più caotica relazione con ciò che mangiamo? O almeno, che dovremmo mangiare.

Certo. Un elemento in particolare. Che mette insieme psicologia e società, con una vena d’inquietudine. Cioè il controllo completo del cibo che consumiamo. Ma anche, allargando il tiro, la conferma di un connaturato solipsismo, legato all’incertezza del proprio essere più che alla sicurezza. E cioè alla convinzione che la nostra esperienza individuale e psicologica sia l’unico elemento – e spesso neanche quello resiste – di cui possiamo essere certi.

Il nostro piccolo mondo istantaneo in una foto

L’idea che ne esce sarebbe insomma quella secondo cui il #foodporn risponderebbe a una proiezione della propria coscienza, alla creazione di un piccolo mondo istantaneo dove non vige altra regola all’infuori di quella decisa dal proprio (d)io personale in quello specifico insieme di elementi. Se a questo si aggiunge che nessun’altra selezione come quella del cibo, insieme forse al solo abbigliamento e alle convinzioni spirituali, contribuisce alla costruzione identitaria – anzitutto nel rapporto verso sé stessi – si capisce perché quelle foto siano probabilmente qualcosa di più di un vanto culinario. Piuttosto, l’agognato centro di un universo smarrito nell’orda selvaggia delle piattaforme sociali. E della società intera.

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