Così l'acqua (di Torino) arriva agli astronauti immagine-preview

Gen 16, 2016

Made in Italy spaziale/2. Così l’acqua (di Torino) arriva agli astronauti

L’acqua che arriva sulla Iss (12mila litri dal 2008 a oggi) parte da Torino. E' la stessa che (studiata e trattata) esce dai rubinetti. E la Smat sta già pensando a quella che finirà su Marte. Ecco come

Dal 2008 la SMAT è fornitore ufficiale della ISS, la  orbitante che ha visto come ospiti anche i nostri connazionali Samantha Cristoforetti e Luca Parmitano. L’acqua del capoluogo piemontese, dopo aver passato i test di campionatura della Nasa, che con controlli approfonditi ha verificato la corrispondenza ai criteri individuati per soddisfare i bisogni degli astronauti, viene bevuta dall’equipaggio ISS americano e russo.

 L'acqua spaziale SMAT 

A ognuno la sua acqua

Gli astronauti, tuttavia, non condividono la stessa acqua: gli americani hanno bisogno di acque leggere, poco mineralizzate e trattate con sali di iodio, mentre ai russi servono acque più pesanti, ricche di minerali e trattate con sali d’argento e fluoro. Per entrambi, invece, la necessità è di avere acque particolarmente stabili, capaci di mantenere le proprie caratteristiche invariate per mesi in condizioni di assenza di gravità, senza accrescere la carica batterica. Agli americani arriva quindi l’acqua della Centrale di Venaria, che sgorga da Pian della Mussa, mentre ai russi quella della Centrale Regina Margherita, prelevata dai pozzi di Corso Marche. Il fatto curioso è che, al netto delle lavorazioni d’igienizzazione, l’acqua spedita nello spazio è la stessa che sgorga dai rubinetti della città di Torino: la SMAT è infatti la società incaricata per rifornire la rete pubblica del capoluogo.

Il bando Biocide Management

Un altro successo per il capoluogo piemontese, che dopo l’appalto per il bonus food degli astronauti europei affidato ad Argotec, invia nello spazio anche la sua acqua. Gli studi che hanno dato il via a questa collaborazione sono partiti nel 2002 e dopo l’ultimo successo continueranno ancora a lungo: la SMAT insieme a Aerosekur, Thales Alenia Space e il Consiglio nazionale delle Ricerche si è infatti aggiudicata il bando “Biocide Management for Long Term Storage” emesso dal’Agenzia Europea, per lo studio di metodi di disinfezione e stoccaggio dell’acqua per voli spaziali di lunga durata. Per farlo è passata da una rigorosa procedura di valutazione, con certificazione di ogni singolo laboratorio, ed esamina dei suoi 20 anni di attività. Lo studio coordinato verterà sulla ricerca di un nuovo biocida disinfettante, utile a prevenire la contaminazione e la ricrescita di batteri in acque che devono essere conservate per lunghissimi periodi di viaggio al di fuori dell’orbita terrestre. A questo si accompagna anche lo studio di nuovi contenitori di stoccaggio, ed erogatori per l’equipaggio.

 Il centro ricerche SMAT

Sviluppare l’acqua per Marte

L’obiettivo dichiarato è Marte: i tecnici SMAT dovranno “preparare” un’acqua in grado di resistere per 2 anni senza rischio di contaminazioni, ossia la durata di un viaggio completo di andata e ritorno verso il pianeta rosso. Sembra un obiettivo lontano, ma i tecnici assicurano che questo avverrà in tempi relativamente brevi: il lancio è previsto tra circa 10 anni, tempo appena necessario per lo sviluppo di un’acqua adatta allo scopo. L’importanza di avere acqua potabile a disposizione per questi viaggi è fondamentale per l’Agenzia Europea, che ha messo a disposizione per questo bando una cifra di 200.000 euro.

20.000 euro al litro

Quanto costa un litro di acqua nello spazio? E’ la stessa del rubinetto, è vero, ma ha tutt’altro prezzo: 20.000 euro al litro per la precisione. Tuttavia, spiegano i tecnici SMAT, non c’è da stupirsi: è il prezzo al kg di qualsiasi merce spedita nello spazio, tra spese di approvvigionamento, propellente e navicella. A parte i 400km in verticale per raggiungere la stazione orbitante sopra le nostre teste, l’acqua raccolta a Torino viaggia fino a Rotterdam, e poi viene spedita a Kourou in Guyana francese, dove si trova il centro di lancio europeo di missili spaziali. Questo processo avviene dalle una alle due volte all’anno, in base al numero degli abitanti della stazione ISS.

 Tre astronauti bevono a bordo della ISS

Tre litri al giorno (con riciclo)

Una volta a bordo, il consumo pro-capite calcolato per gli astronauti è di 3 litri di acqua al giorno, e buona parte di questa viene riciclata: le urine, ad esempio, sono inserite in un processo di recupero (UPA: Urine Processing Assembly), e una volta depurate vengono reimmesse nel ciclo di consumo. Nessun problema per gli astronauti occidentali come Samantha Cristoforetti che ci scherza su: “E’ così che il caffè di ieri diventa quello di domani”, mentre rifiuto da parte dei russi, che gestiscono un metodo di riciclo comprendente il vapore del respiro degli astronauti e il loro sudore. Operazioni di pulizia come doccia e lavaggio dei denti sono effettuate col minor impiego di acqua, per non dire a secco, come mostra questo video in cui è visibile anche come si presenta l’acqua nello spazio: una sorta di gelatina al contatto, o bolle fluttuanti nel vuoto.

 Una fontanella "Toret"

Il presente (dei Toret) e il futuro

Mentre proseguono i lavori – sempre italiani – per la ricerca di acqua nello spazio, con la sonda Cassini sulla luna di Saturno e una trivella pronta a perforare la superficie lunare, i tempi per vedere i primi risultati della ricerca SMAT sono lunghi: si lavora per creare un’acqua in grado di resistere fino a 5 anni a temperatura e pressione stabile, senza alterare la qualità, né sviluppare alcuna carica batterica. L’obiettivo è creare un additivo disinfettante permanente per prevenire la nascita di agenti patogeni, potenzialmente dannosi per gli astronauti. I primi test sono già partiti, ma i risultati saranno visibili nell’arco di 5 anni. Nell’attesa, per chi volesse provare la stessa acqua bevuta dagli astronauti non resta che incamminarsi verso Torino: dentro la città i famosi Toret, le fontanelle con la testa di Toro simbolo della città, distribuiscono infatti liberamente la cosiddetta “acqua di volo”.

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