Abitudini alimentari: gli italiani credono in Bio ma solo se è già cotto

Un’indagine Nielsen racconta gusti e atteggiamenti al supermercato e in tavola: da un lato tirano i prodotti salutisti, dall’altro volano surgelati, pizze pronte e take away. La chiave è il tempo libero

Vediamo un po’. Di caffè al bar – il mitico bar dello sport, magari – ne prendiamo parecchi di meno. Euro su euro, signora mia, a fine mese è una cifretta mica male. D’altra parte siamo vittime di un atteggiamento vagamente schizoide. Che s’intreccia almeno un po’ con le incancrenite differenze geografiche. Il Nord ne è forse l’esempio più lampante: salutismo da una parte e industrialismo, per così dire, dall’altra. Senza un’apparente logica conciliatoria. Anzi sì.

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Fra healthy sounding e cibi pronti

Secondo una recentissima ricerca firmata da Nielsen gli italiani spendono un sacco di soldi per correre appresso a quello che definirei healthy sounding – dal boom degli pseudoceliaci ai credenti in Bio – sebbene, specie al Settentrione dove si sa, si va sempre di fretta, spesso non rimanga alternativa ai prodotti confezionati. Gli ultimi cinque anni sono stati il regno dei prodotti conservati e Milano la sua indiscussa capitale: il 65% dei primi piatti consumati da meneghini e corregionali sono congelati.

Nutrire il cummenda, energia per il freezer

Stessa musica per i salumi: quelli freschi fanno perdere troppo tempo, meglio optare per gli insaccati già imbustati (+23%). Così come per il pane: quello industriale è cresciuto dell’8%, poco meno del calo accusato da quello fresco (11%). La differenza? No, non la qualità. Il preziosissimo tempo.

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La chiave è nel tempo libero

È in effetti il tempo libero l’elemento chiave per comprendere come gli italiani stiano mutando le loro abitudini alimentari. Dove ce n’è meno a disposizione ne fa le spese la spesa, che diventa un’incombenza da sbrigare il più velocemente possibile infilando nel carrello roba pronta, meglio se con etichette e bollini verdi. L’aspetto curioso è che poi, con la crisi, non è che con quel tempo libero ci si vada ogni sera a ballare o al Noma di Copehagen. Quindi ecco la cucina di casa, racconta l’indagine, farsi home restaurant. No, non tanto perché ci piace condividere alla Gnammo, elemento pure registrato dallo studio, ma perché due italiani su tre a cena fuori ci vanno con estrema attenzione. Risultato: +20% per la pizza surgelata e crescita del take away.

Così come replicano il ristorante, gli italiani riproducono in casa (e in ufficio) la dimensione del bancone bar. Se ci pensate, al lavoro c’è sempre il collega che si cala per qualche minuto nel ruolo del barista. Lo racconta la letterale esplosione delle capsule da caffè, cresciute del 130% nell’ultimo lustro. Proprio mentre si dimezzava il consumo della tazzina al bar. Coglie nel segno la sociologa Maura Franchi: “Le persone non potendosi permettere altro si concedono dei piccoli lussi casalinghi perché sentono di non potersi penalizzare su tutto – ha dichiarato a Repubblica – ecco le piccole oasi di benessere come la pizza casalinga o il caffè in cialde che regala un effetto bar, mentre le scelte alimentari spesso sono il risultato di un tipo di vita più consapevole”.

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Il revisionismo alimentare

Anche se non si sa bene come e su quali fondamenti scientifici, la consapevolezza sembra crescere. Il revisionismo alimentare, così lo ha definito l’ad di Conad Francesco Pugliese, ha individuato fra le sue vittime – in barba al boom delle hamburgerie gourmet nelle grandi città italiane – la carne rossa. Se ne avvantaggiano alcuni nuovi feticci, prodotti per giunta ben noti a chi ha in casa persone col colesterolo alto: dal latte di soia al tofu, ormai di routine in una famiglia su quattro, fino ai prodotti senza glutine, cresciuti secondo l’Istat del 32,1% rispetto al 2014. Tanto da essere inseriti nel nuovo paniere dell’Istituto di statistica.

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