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Lug 18, 2018

Nasce il primo villaggio Slow Food della Cina. Intervista a Boeri

L'architetto Stefano Boeri ci racconta come nasce e si sviluppa il progetto Slow Food Freespace e la collaborazione con Carlo Petrini

Slow Food Freespace, il primo Villaggio Slow della Cina, ha una missione importantissima: rivalutare la campagna cinese e trasformarla in un centro culturale e di riscoperta delle proprie radici. Un progetto in cui tradizione e innovazione si sposano attraverso un programma di valorizzazione dei villaggi rurali. Le menti dietro a questo incredibile progetto sono due personalità di spicco del panorama mondiale: Carlo Petrini di Slow Food e l’architetto Stefano Boeri. Il primo Slow Food Village cinese nascerà a Qiyan, nella provincia sud-occidentale del Sichuan. Stefano Boeri ha accettato di raccontarci qualcosa di più su questa idea innovativa.

Come nasce la partnership con Carlo Petrini e Slow Food? Cosa hanno in comune un grande architetto e un visionario dell’alimentazione mondiale?

L’incontro con Carlo Petrini è avvenuto in occasione del progetto di Expo 2015. Io coordinavo la Consulta degli architetti e lui ci aveva spinto a progettare un orto botanico planetario, in cui le comunità di contadini di tutto il mondo mostrassero come si trasformano i prodotti agricoli in cibo; un’idea bellissima e avanzata. Da allora ho continuato a frequentare Petrini, che considero uno dei grandi pensatori e operatori della contemporaneità. Ora stiamo lavorando insieme ad Amatrice nelle zone colpite dal sisma del 2016 e, quando mi ha chiamato per lavorare con lui sulla Cina (dove io ho uno studio da molti anni), sono stato felice di poter dare immediatamente la mia disponibilità: per me è sempre un onore e un piacere lavorare con lui.

 

Qual è l’idea che ruota intorno a Slow Food Freespace? Il concetto di cibo sembra andare oltre il sostentamento, per diventare cultura, storia, innovazione…

Sì, sicuramente. In Cina oggi c’è il problema d’invertire un flusso di migrazione costante dalle campagne verso le città, che spinge quasi 14 milioni di cinesi ogni anno ad abbandonare villaggi agricoli, comunità di contadini e quindi a disperdere un patrimonio straordinario della storia cinese.  Per invertire questo processo, però, è necessario dimostrare veramente che è possibile non solo sopravvivere, ma vivere nei piccoli centri della campagna cinese. Dimostrare che si può tornare ad avere un’attività agricola produttiva, che è possibile investire nelle nuove generazioni strutturando degli ottimi servizi culturali, come scuole e spazi di formazione -anche professionale. Che restando nei villaggi si può ricavare un reddito adeguato, creare un’attività legata al turismo, all’artigianato, alla zootecnia, all’agricoltura. Il progetto di Slow Food China prevede un investimento inziale, concordato con il Governo centrale, su un centinaio di villaggi rurali cinesi; ci è stato chiesto è provare a dare un seguito a questo investimento sul lato dell’offerta culturale e formativa. Così noi abbiamo proposto di intervenire pensando che per ognuno di questi villaggi si realizzino una piccola scuola, un museo e una biblioteca. Tre prototipi di architetture economiche, semplici, che però facciano i conti con le tradizioni anche architettoniche della cultura cinese e che possano essere poi declinate luogo per luogo. Stiamo progettando le strutture per il primo villaggio, a sud-ovest della Cina; poi per ognuno degli altri villaggi applicheremo questo prototipo, variandolo a seconda delle esigenze.

Vede dei punti di contatto tra il gigante asiatico e il nostro Paese?

Parliamo di un continente con più di un miliardo di persone, in confronto ad un piccolo Paese europeo. Però certamente ci sono dei contatti, nel senso delle affinità elettive. Per esempio la cultura del cibo, che in entrambi i Paesi non è solamente legata alla quantità ma anche alla qualità e ad una qualità estremamente ricca di declinazioni regionali. Un altro punto di contatto sono la tradizione artigianale e la scelta dei prodotti e dei materiali; anche per quel che riguarda il settore alimentare, e questa è una sfida che Slow Food può affrontare con grande forza. Poi vedo delle affinità anche sul piano dell’energia creativa, la Cina è un paese dove migliaia di giovani si misurano con la creatività, avendo come riferimento spesso il nostro mondo: il design, la moda, il cibo. C’è una grande attenzione alla storia italiana e a quello che noi abbiamo rappresentato.

La Cina sta diventando un “laboratorio” in cui studiare nuovi fenomeni sociali, demografici, di sviluppo delle città? Cosa possiamo imparare?

Noi possiamo imparare moltissimo dal punto di vista dell’energia vitale e creativa, del coraggio di innovare e di esplorare nuovi percorsi. Ci sono settori dove la Cina sta facendo passi da gigante: come quello della mobilità, della sostenibilità o quello della fisica aerospaziale, settore per il quale stiamo lavorando anche con la Tongji University di Shanghai (dove dirigo il Future City Lab) portando avanti una serie di ricerche sull’abitare in realtà interplanetarie.

Dicevamo prima che la popolazione cinese sta lasciando le campagne per andare nelle città. Come si affronta questa vera e propria migrazione dal punto di vista sociale?

In due modi. Il primo è proporre delle città che non siano solo delle grandi periferie residenziali, come purtroppo è avvenuto spesso in passato. Una risposta possono essere ad esempio quella di vere e proprie città foreste: insediamenti di piccole e medie dimensioni con edifici che hanno il verde come elemento fondamentale, circondati dall’agricoltura. Quindi non con una conurbazione immensa di quartieri residenziali e ghetti ma sistemi di città verdi e sostenibili.

L’altro modo è quello che propone Slow Food: dimostrare nella realtà che è possibile vivere nei villaggi rurali, investendo sulla qualità della vita dei propri figli. Quindi scuola e musei, che sono spazi della formazione e trasmissione del sapere e che, insieme al lavoro, sono il vero collante tra una comunità e il suo territorio.

Come immagina la città del futuro?

Una città che affronti insieme i due grandi problemi del futuro: la povertà e il cambiamento climatico. La città che immagino dovrebbe essere una città che inglobi la natura e insieme dia qualità al lavoro e migliori le condizioni di persone che oggi vivono in povertà assoluta. E soprattutto che affronti il tema delle immense migrazioni che nei prossimi anni saranno causate dal cambiamento climatico. Migrazioni imponenti che devono spingerci oggi a progettare città accoglienti per milioni di persone in fuga dalla desertificazione crescente di grandi parti del pianeta. Sarà questa la grande sfida dei prossimi decenni.

 

 

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