immagine-preview

Apr 9, 2018

Big exit nell’Agro-FoodTech? “Anche in Italia we can do it”. Intervista ai founder di Five Seasons Ventures

Parlano Ivan Farneti e Niccoló Manzoni, fondatori di Five Seasons Ventures, un fondo di investimento da 60 milioni di euro dedicato alle startup che fanno innovazione nel settore agroalimentare

Per le startup nostrane attive nel mondo FoodTech e AgTech il panorama italiano non é dei più incoraggianti. Pochi acceleratori e incubatori dedicati e scarsità di investitori costringono molti a guardare al Nord Europa, per non dire agli Stati Uniti. Una possibilità é rappresentata da Five Seasons Ventures, un fondo di venture capital cha ha aperto i battenti a marzo con una disponibilità di 60 milioni di euro. Due le sedi: Parigi e Bologna. L’obiettivo? Fornire il capitale a quelle aziende innovative nel settore agroalimentare che hanno nel dna il potenziale per rivoluzionare il modo in cui il cibo viene prodotto, lavorato e consumato.

“A differenza di molti altri fondi noi siamo verticali sul settore agroalimentare. Tutti i contatti con le imprese e il network che abbiamo costruito ha al centro l’agro-food”, spiega a StartupItalia! Ivan Farneti, uno dei fondatori di FSV, che per 20 anni ha lavorato nel mondo del venture capital. “Per ora abbiamo analizzato circa 150 startup, di queste 20 le abbiamo incontrate e con 7-8 siamo arrivati ad avere meeting approfonditi. Con un paio siamo in procinto di fare i primi investimenti“.

Startup AgTech e FoodTech con un potenziale ‘disruptive’, dunque. Ma a quale stadio? “Non guardiamo al mondo seed. Oggi in Europa ci sono circa 35 incubatori e acceleratori che ogni anno lanciano dalle 300 alle 500 startup in cerca di investitori. Noi ci posizioniamo come Series A investor“, continua Farneti.

Five Seasons Ventures è un Series A investor

Per le startup con solo una buona idea in mano Five Seasons Ventures non è dunque il partner giusto. “Cerchiamo realtà che abbiano una tecnologia già sviluppata, magari coperta da brevetto. Se la startup ha già qualche cliente ancora meglio, perché per noi é la prova che il team guarda anche al lato business e non solo a quello di R&D”, spiega Niccoló Manzoni, il secondo founder, che per anni ha lavorato a Londra come manager di un Family Office investendo in startup che hanno segnato il mondo AgTech, da Impossible Foods a Perfect Day, passando per Beyond Meat, Clear Labs e Memphis Meats.

FSV cerca realtà che hanno sviluppato tecnologie in grado di rispondere alle sfide del futuro: produrre più cibo, più sano, in maniera sostenibile. Rendere più efficienti le filiere, sviluppare la nutrizione personalizzata e svelare le potenzialità del micorbiota. Oltre ai nuovi ingredienti e alle proteine alternative, un occhio di riguardo é riservato a tutte le tecnologie con un impatto positivo su ambiente e società.

Quando Five Seasons Ventures investe lo fa con 2-3 milioni di euro all’interno di round più grandi. In cambio di equity chiedono una quota di minoranza nella società. “Quello che portiamo, oltre ai soldi, è una esperienza più che ventennale nel venture capital”, spiegano i due fondatori. “Una rete di relazioni vasta e anche esperienza operativa nel Food, grazie a Giancarlo Addario, ex Barilla, oggi basato a Bologna, e Marco Iotti, ex Nestlé. Nel team c’é anche Rob Wylie, ex Shell Agrichem, con una lunga esperienza in investimenti agro-food”.

Da sinistra a destra: Rob Wylie, Niccoló Manzoni, Ivan Farneti e Giancarlo Addario

In FSV investitori istituzionali e corporate

Five Seasons Ventures è supportato dall’Unione Europea nel quadro del programma Horizon 2020 Financial Instruments, dai fondi sovrani Bpifrance (Banque Publique d’Investissement francaise) e Fondo Italiano d’Investimento, oltre alla multinazionale Nestlé. Più Stato, che privati dunque. Ma per Manzoni e Farneti si è trattato di una scelta obbligata. “In Europa non esistono i fondi tipici dell’ecosistema statunitense, come quelli pensione. Rivolgerci ai fondi sovrani é stato inevitabile”, spiega Mazoni.

Le grandi multinazionali attive in agricoltura e nel food hanno fondi corporate, se non acceleratori interni che investono in startup, mentre in Italia, a parte Blu1877 di Barilla, non ci sono veicoli ad hoc. “Ogni impresa sceglie la sua strada. Tutte le grandi aziende italiana hanno comunque una funzione di open innovation e partecipano ad eventi per avere il polso del mercato e intercettare eventuali realtà innovative“, spiega Farneti.

Una delle sedi di FSV é a Bologna, nel cuore della Food Valley italiana. Il luogo dove si concentrano la cultura e le realtà produttive tra le più importanti dell’ecosistema italiano. L’altra sede é a Parigi, che si candida ad essere l’hub europeo per le startup innovative. La Brexit ha ridistribuito le carte e se Berlino é focalizzata sul settore bancario e assicurativo, Parigi sta scalzando tutti i competitor sul fronte dell’innovazione.

 

Macron sta trasformando la Francia in una startup Nation

Macron ha annunciato di voler trasformare la Francia in una startup nation ed é quello che sta facendo”, racconta Manzoni, sposato con una cittadina francese. “Il presidente ha una propensione agli affari e alla finanza che sono spiccati. Ha creato un ambiente che facilita la creazione e la crescita delle startup, anche sotto il profilo fiscale e amministrativo. E ha messo soldi veri: 10 miliardi di euro in Bpifrance che oggi é l’investitore più prolifico in Europa”.

Macron ha annunciato di voler trasformare la Francia in una startup nation ed è quello che sta facendo.

Soldi, quadro normativo, acceleratori, ma anche la voglia di fare impresa. La Francia, che ha visto delle exit di peso negli ultimi anni, prima fra tutte quella di BlaBlaCar, ha acceso tra le persone la voglia di fare impresa. Il tema dell’imprenditorialità é in cima all’agenda politica, ma anche dei media.

In Italia la formazione di un governo sembra un miraggio, che consigli hanno Farneti e Manzoni per il prossimo premier? “In linea generale un qualsiasi governo per incentivare lo startup ecosystem deve rendere semplice la protezione intellettuale, snellire la burocrazia e agevolare l’accesso al capitale. Il successo di Israele, una vera startup nation, é frutto di un disegno politico ben preciso”, racconta Manzoni.

Anche gli imprenditori italiani però devono fare autocritica e lavorare su diversi fronti. “Prima di tutto la conoscenza dell’inglese. Saper dialogare con un potenziale investitore estero é essenziale. Come anche saper presentare un progetto nel modo corretto, parlando la stessa ‘lingua’ di chi deve decidere se investire”, conclude Farneti. “Io sono fiducioso e nulla mi renderebbe più felice, a livello personale, di fare una bella exit in Italia. Uno di quei deal che poi la gente si ricorda e che cambia la marea, il mood del Paese. Anche in Italia we can do it“.

Rimani sempre aggiornato sui
temi di StartupItalia!
iscriviti alla newsletter