Lorenzo Grighi

Lorenzo Grighi

Gen 5, 2018

Robot al ristorante, in Cina e Usa è già realtà. La tendenza

Le grandi catene di ristoranti e di alberghi stanno utilizzando sempre più degli umanoidi per le attività da svolgere. Il rischio è la perdita del lavoro dei dipendenti. Ma alcuni casi dimostrano il contrario

I robot hanno già cambiato la nostra vita. Forse non ce ne rendiamo conto, ma le macchine sono già entrate nella nostra quotidianità, dal lavoro in fabbrica alle operazioni bancarie: il trend sembra inarrestabile, e coinvolge anche un settore che fino ad oggi era caratterizzato da una forte componente umana, quello della ristorazione e degli alberghi.

I robot umanoidi al ristorante

Basta andare in Giappone, poco fuori Nagasaki, per rendersene conto. Entrando nel ristorante Hen-Na si viene accolti da robot umanoidi che preparano i piatti della tradizione locale, organizzati come un vero e proprio team di cuochi, con tanto di capo chef (di nome Andrew). Una volta assagiata la cucina locale, si può tornare in albergo, dove i robot non si limitano ad aiutarvi nel check-in, ma si occupano anche di portare in stanza i bagagli, come dei veri fattorini.

Questa diffusione dell’automazione viene giustificata in Giappone anche da un tasso di disoccupazione estremamente basso, un incredibile 2,8 %. Trovare un dipendente può essere quindi molto difficile, e di sicuro anche molto più costoso: «Servono due anni per rientrare dei costi dei robot – spiega Hideo Sawada, CEO della catena di alberghi – ma dato che possono lavorare 24 ore al giorno e non chiedono mai le ferie, sono un vero affare. Di questo passo tra 5 anni il 70% dei lavoratori degli alberghi saranno rimpiazzati dai robot».

"Servono due anni per rientrare dei costi dei robot ma dato che possono lavorare 24 ore al giorno e non chiedono mai le ferie, sono un vero affare"

In America un robot prepara le insalate

Attenzione però, la tendenza non riguarda solo il Giappone: anche in America molte aziende stanno andando nella stessa direzione. Secondo uno studio di Michael Chui, partner del McKinsey Global Institute, il 54% delle attività svolte da umani in alberghi e ristoranti potrebbero essere sostituite dalle macchine. Una previsione che fa paura a molti, ma che sembra ogni giorno sempre più realistica.
A Redwood City, in California, lavora Sally, un robot che prepara insalate che il cliente può ordinare attraverso un touch screen. Nel frattempo Botlr, un cameriere automatizzato, porta tovaglioli ai tavoli. Negli Stati Uniti il numero di lavoratori nel settore della ristorazione e dell’accoglienza è cresciuto del 38% dal 2000 ad oggi, arrivando ad occupare 13,7 milioni di persone. Lavori che sembravano al sicuro dalla macchine, visto che richiedevano un’interazione e un contatto con il cliente tali da rendere imprescindibile la presenza umana.

Verso una riduzione dei posti di lavoro?

I manager delle grandi aziende che stanno investendo nel mondo dei robot (Wendy’s, McDonald’s, Starbucks) sostengono che la tanto temuta diminuzione dei posti di lavoro non avverrà, e che i robot si occuperanno dei lavori più sporchi e ripetitivi, lasciando altre mansioni agli umani. Flippy, ad esempio, è un robot che verrà utilizzato dalla catena CaliBurger, capace di cuocere (e di girare, ovviamente) fino a 150 hamburger l’ora. John Miller, CEO dell’azienda, è convinto che mentre Flippy farà il proprio lavoro, i dipendenti saranno più liberi di interagire con il cliente e di soddisfare tutte le sue necessità.

Ma siamo sicuri che sarà davvero così? Il grande successo che stanno avendo le macchine con cui già da qualche tempo si ordina il cibo nei fast food lascia pensare che le aziende cercheranno sempre più di andare in quella direzione, e sembra molto improbabile che avranno bisogno dello stesso personale con cui hanno lavorato sino ad oggi. Un caso esemplificativo è quello di Eatsa, ristorante di San Francisco che permette di ordinare i piatti dallo smartphone o da un tablet all’interno del locale. All’inizio era stato chiesto a due dipendenti di occuparsi dell’accoglienza e dell’aiuto nell’ordinazione ai clienti, ma quando ci si è accorti che non erano più necessari, il loro numero è stato ridotto. Quando scompariranno completamente?

L’aumento delle assunzioni in Starbucks

La storia dell’automazione, sin dall’800, ha sempre portato con sé il timore della perdita del lavoro umano. E’ altrettanto vero, però, che ha anche portato alla nascita di tanti nuovi tipi di impieghi, resi necessari proprio dalle nuove tecnologie. La speranza è che si ripeta quanto avvenuto con Starbucks che nel 2016, negli Stati Uniti, ha assunto l’8% di dipendenti in più rispetto all’anno precedente, nonostante l’introduzione dei robot. Potrebbe ripetersi, come spiega l’economista della Boston University School of Law James Bessen, quello che è successo con il dilagare dei bancomat: nonostante la nuova tecnologia avesse tolto alcune mansioni ai cassieri, il numero dei lavoratori nelle banche è andato in crescendo, perché l’automatizzazione ha fatto crescere la base dei clienti, portando a cascata ad un incremento dei dipendenti di banca. Resta da vedere se lo stesso si verificherà anche negli alberghi e nei ristoranti.