Bioplastiche dagli scarti di cucina. Il progetto dell’IIT

L'Istituto italiano di tecnologia ha messo a punto un metodo per trasformare gli scarti delle nostre cucine in (bio)plastica. Meno petrolio e rifiuti. E l'ambiente ringrazia

Ogni giorno gettiamo nel cestino migliaia di tonnellate di rifiuti organici che, nel migliore dei casi, vengono compostati, ma che spesso finiscono in discarica o negli inceneritori. E se da questa spazzatura si potesse estrarre valore. A pensarci è stato l’Istituto italiano di tecnologia di Genova che ha presentato delle bioplastiche fatte proprio con scarti di cibo.

Le bucce delle arance, polverizzate e debitamente miscelate con un polimero ad hoc, diventano così plastica. Idem per i fondi di caffé, per la pula del riso, il prezzemolo o il mais. Ogni biomassa ha le sue caratteristiche che devono essere prese in considerazione al momento della produzione della plastica e dell’uso finale. Ma in linea di principio tutti gli oggetti di uso quotidiano un giorno potrebbero essere fatti con questi materiali.

Bioplastiche compostabili dagli scarti alimentari

Prendiamo i vasi da vivaio, che una volta comprata la pianta vengono gettati prima del reimpianto nei vasi di coccio. L’Iit ha messo a punto dei vasi biodegradabili che possono essere interrati e che ‘scompaiono’ lentamente rilasciando nel terreno nutrienti. Già, perché tutte queste bioplastiche sono biodegradabili. Altro che i mille anni necessari per smaltire quelle tradizionali.

Se le famiglie possono dare una mano a questa rivoluzione, la vera svolta arriva con l’industria agroalimentare. Basti pensare alle migliaia di tonnellate di bucce e semi di pomodoro che vengono scartati dalle aziende che producono passate e pelati. O a chi produce i carciofi sott’olio, di cui si salva solo il cuore. O a chi raffina il riso o il caffè.

Ogni biomassa può trasformarsi in un tipo di plastica differente che può essere selezionata a seconda degli usi. Il riso ad esempio dà vita ad una plastica piuttosto dura, mentre piante come il prezzemolo ad una più morbida. D’altronde un conto è produrre plastica per realizzare un sacchetto della spesa, altra cosa è farlo per un paio di scarpe o il cruscotto di un’auto.

Ma la plastica generata in questo modo eredita anche le peculiarità della biomassa da cui proviene. La bioplastica prodotta con la cannella ha una funzione antibatterica, mentre quella fatta con il cacao antiossidante.

Produrre le bioplastiche è ancora molto costoso

L’aspetto negativo di questa tecnologia è il costo. Produrre plastica da fonti fossili è un processo estremamente a buon mercato. Tanto è vero che nel mondo, ogni anno, vengono utilizzate 250 milioni di tonnellate di plastica convenzionale, mentre quella bio rappresenta solo uno zero virgola. Ora la vera sfida sta nel mettere a punto processi produttivi che abbattono i costi di produzione. Ma anche la legislazione puó dare una mano a questa rivoluzione. Lo stop agli shopper di plastica insegna.