McDonald’s sperimenta il primo distributore automatico di cheeseburger

Martedì 31 gennaio per quattro ore a Boston i clienti della nota catena di fast food potranno acquistare il loro panino direttamente da una macchina. Un’iniziativa di marketing che riapre il dibattito lanciato 50 anni fa sullo sviluppo della ristorazione automatizzata

Un Atm per i Big Mac. La novità in casa McDonald’s questa volta ha poco a che vedere con gli ingredienti del famoso cheeseburger. A stupire il pubblico ci penserà un distributore automatico che martedì 31 gennaio a Boston darà per la prima volta ai clienti il loro panino senza il bisogno di un addetto alle vendite e, soprattutto, senza pagare. L’iniziativa, almeno apparentemente, non è il lancio di metodo distributivo completamente automatizzato, ma è frutto di una strategia di marketing. Coloro che arriveranno in Kenmore Square tra le 11 del mattino e le 2 del pomeriggio di martedì dovranno twittare con il proprio account e sponsorizzare il nuovo Big Mac per poter addentare il panino che hanno scelto tra le due nuove versioni proposte: Mac Jr e Grand Mac.

Big Mac ATM-4617

50 anni di dibattiti sui ristoranti automatizzati

Il gestore del punto vendita che darà spazio all’evento, Vince Spadea, si dice convinto che la novità attirerà parecchi clienti disposti a fare la fila per provare il distributore di Big Mac: «È davvero un modo divertente per essere moderni e progressisti», ha detto al Boston Globe. E anche se l’obiettivo dichiarato è solo quello di pubblicizzare in maniera originale un prodotto, l’automazione nella realizzazione, nel confezionamento e nella distribuzione di cibo è comunque una tecnologia di cui si parla da anni. Si può dire che la questione sia dibattuta almeno dagli anni Sessanta, da quando cioè l’American Machine & Foundry Company (AMF)  testò per la prima volta una catena di sei macchine in grado di preparare e servire un pasto in quattro minuti al drive-in.  All’epoca sembrava un esperimento che avrebbe potuto abbattere la necessità di personale qualificato nelle cucine. Poi, però, non se ne è più parlato e la tecnologia non ha avuto successo. Il fallimento del progetto è stato forse dovuto al fatto che comunque l’intero processo non era completamente automatizzato e che  non consentiva di risparmiare molto sugli stipendi dei dipendenti.

I fast-food e i robot

Timothy Carone, professore all’Università di Notre Dame, ritiene però rappresentino il futuro della ristorazione, soprattutto per quello che riguarda i fast-food. Sono destinate a rendere ancora più difficili le battaglie dei lavoratori per ottenere dei salari minimi ed evitare lo sfruttamento. Il problema non sembra limitarsi al settore alimentare, ma riguarda tutti gli ambiti: «Sempre di più, i lavoratori poco specializzati non dovranno competere solo tra di loro per avere stipendi più alti, ma anche con i computer. Essere competitivi in un mercato del lavoro che cambia richede specializzazione in compiti che le macchine non possono svolgere agevolmente», ha scritto Darrell M. West, direttore del Center for Technology Innovation della Brookings Institution.

Big_Mac_hamburger_-_Czech_Republic

I precedenti esperimenti californiani

L’utilizzo dei robot nella produzione del cibo è stato sperimentato anche a San Francisco dove la startup Momentum Machine ha annunciato a giugno l’apertura di un ristorante dove l’automazione nella preparazione del cibo consente un abbattimento dei costi per il cliente. Ancora in California, a Mountain View, Zume Pizza è in grado di sfornare 200 pizze al giorno senza per questo eliminare il lavoro dell’uomo: nelle ore di punta sono necessari più programmatori che pizzaioli. Infine, Eatsa ha eliminato del tutto l’interazione umana tra il ristorante e clienti che ritirano il pasto ordinato online in strutture automatizzate.

 

In auto per 30mila chilometri per accompagnare la figlia al college

Huang Haitao aveva promesso a sua figlia che avrebbe attraversato 26 nazioni se fosse stata accettata in un’università americana. Quando la lettera di ammissione è arrivata da Seattle, non ha potuto far altro che partire con lei dalla Cina verso gli Stati Uniti

Diane Jooris usa la realtà virtuale per aiutare i malati di cancro. La storia

Oncomfort, azienda americana, crea software che abbassano i livelli di stress e di dolore dei pazienti affetti da cancro. La fondatrice del progetto racconta a StartupItalia! la sua esperienza che l’ha portata a pensare a questa particolare terapia