La dieta su misura grazie al DNA. Al Ces il nuovo kit di Habit

La startup statunitense presenta alla fiera di Las Vegas il suo kit casalingo per farsi le analisi e stabilire il profilo nutrizionale più adeguato. Tutte le potenzialità dell’approccio “tailored”

Un servizio di qualche tempo fa delle Iene, firmato da Nadia Toffa, raccontava come negli ospedali italiani, specie nei reparti oncologici, tutti i pazienti mangino lo stesso menu, salvo alcune raccomandazioni legate alla loro patologia. Di più, si tratta di pasti ricchi di carni rosse e altri ingredienti non esattamente salutari. Cosa c’entra questo con la startup statunitense Habit, di cui avevamo già parlato? Poco all’apparenza. Molto nella sostanza.

Habit, che ha incassato appena tre mesi fa un finanziamento monstre da parte del gigante Campbell Soup (una mossa da 32 milioni di dollari), si occupa infatti di personalizzazione della dieta. Il punto di partenza è che un regime alimentare che può far bene a una persona può al contrario generare peso in un’altra. O essere del tutto inadeguato in un certo periodo.

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L’homekit al Ces

La startup ha presentato al Ces in corso a Las Vegas, la più grande fiera dell’elettronica di consumo del mondo, la sua ultima versione dell’home kit. A cosa serve? A raccogliere in modo semplice e veloce i propri parametri vitali, da campioni di sangue a quelli di DNA fino alle misure corporee passando per l’attività fisica accumulata sui dispositivi Fitbit, con cui ha stretto un accordo. Tutte queste informazioni vengono inviate al cloud di Habit e prese in esame per realizzare un profilo nutrizionale su misura. Includerà tutti i cibi da mangiare per buttare giù chili e comunque mantenerne uno ideale.

Al momento il kit può essere ordinato solo da chi risiede nella zona di San Francisco. Presto il salto su scala statunitense. Ma questo cambia poco perché startup come Habit – che era appunto attesa dalla sfida del salone losangelino, visto che non aveva ancora in mano un prototipo da mostrare – stanno aprendo una strada diversa e più raffinata in uno degli ambiti a cui dedichiamo maggiori sforzi, risorse e attenzioni e che tuttavia continuiamo a gestire malissimo. Se è vero che parte del nostro stato di salute dipende da ciò che mangiamo, è altrettanto vero che anche i più attenti di noi senza quel genere di informazioni continueranno a mangiare male. Forse un po’ meno di altri. Ma comunque fuori dagli specifici bisogni individuali.

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Le potenzialità dei pasti su misura

Habit include anche, pagando un’aggiunta, un servizio di consegna a domicilio di pasti personalizzati. Mi viene da pensare alle sterminate potenzialità di un simile approccio “tailored”, come si dice in inglese. Torniamo per un attimo agli ospedali in apertura: se un simile servizio fosse disponibile in convenzione con i diversi sistemi sanitari ciascun paziente potrebbe disporre, certo in accordo con i medici, del menu personalizzato e adeguato alla sua patologia. Per non parlare delle mense scolastiche o di quelle sui luoghi di lavoro. E ovviamente la propria abitazione.

L’intera industria del cibo è in fase di trasformazione in virtù della fusione fra alimentazione, benessere e tecnologia – aveva spiegato tempo fa Denise Morrison, grande capa della Campbell, giustificando il pesantissimo investimento in Habit – i finanziamenti fanno parte dei nostri sforzi nel definire il futuro del cibo. Servono idee nuove, inediti modelli d’innovazione, sviluppo esterno e investimenti coraggiosi per creare un ecosistema di partner innovativi”.

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