La chiameremo “pulita”, ma la produrremo in laboratorio. Ecco il futuro della carne artificiale

Clean meat è il nuovo nome che investitori e produttori nel business alimentare del futuro, vorrebbero dare alla carne creata in laboratorio. La Food and Drugs Administration darà il via libera?

Immaginate di andare al supermercato in cerca di un hamburger. Niente di più semplice: carne macinata tra due pellicole, impacchettata in un contenitore di polistirolo. Immaginate di trovarvi davanti alla classica polpetta di vitello e a un’alternativa, la clean meat, la carne pulita. Questo è il nuovo nome che investitori e produttori nel business alimentare del futuro, vorrebbero dare alla carne creata in laboratorio.

Secondo alcune ricerche di mercato svolte in America, le parole lab-grown meat (cioè carne allevata in laboratorio) susciterebbero nei consumatori un certo disgusto. Come spesso accade nel settore alimentare, quando un prodotto non va, si rigira la patata bollente al settore marketing, che ha davanti a sé poche alternative: non potendo cambiare il prodotto, se ne cambia il nome. Come riporta Robin Shreeves su Mnn.com, è già successo con lo sciroppo ad alto contenuto di fruttosio fatto dal mais. Si era tentato di salvare il salvabile rinominandolo corn sugar, zucchero di mais. Ma per fortuna c’è qualcuno che impedisce alle aziende di prendere per il naso i consumatori. In questo caso si tratta della Food and Drugs Administration, che impedì la diffusione del prodotto con il nuovo nome, dicendo che avrebbe confuso il pubblico.

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I primi passi della “carne pulita”

La carne creata in laboratorio è anche nota come carne artificiale o sintetica. Si tratta di un prodotto realizzato senza ammazzare alcun esemplare vivente. L’unica sostanza biologica necessaria per produrre questo alimento è il siero fetale. La coltivazione in vitro delle fibre muscolari è stata effettuata per la prima volta nel 1971 da Russel Ross, che utilizzò tessuto muscolare liscio di maiale. La NASA ha condotto esperimenti analoghi sin dal 2001, arrivando a produrre carne sintetica da cellule di tacchino. Il primo esempio commestibile è stato prodotto dallo NSR/Tuoro Applied BioScience Research Consortium nel 2002: partendo da cellule di pesce rosso di arrivò a formare filetti di pesce.

Il primo hamburger prodotto in laboratorio fu creato dal team guidato dal dottor Mark Post, un’equipe olandese, che portò nel mondo il primo pezzo di carne da 140 grammi nel mondo, producendolo da 20.000 piccole strisce di tessuto muscolare creato in laboratorio. Più che brand o sapore, qui il problema stava nel prezzo: ben 325.000 dollari ad hamburger. Decisamente poco competitivo per un mercato di massa.

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Siamo i valori che mangiamo

Si presume che fra circa due anni chiunque potrà scegliere il suo pezzo di carne artificiale al supermercato. Nel frattempo gli addetti al marketing studiano il modo di eliminare il potenziale disgusto creato dalle parole “laboratorio” o “artificiale”, spingendo affinché questa carne si possa definire pulita. Alcune sue caratteristiche sembrano valere questo aggettivo. Ad esempio la carne in vitro non consuma le risorse ambientali necessarie per allevare un animale vero, senza contare le vite e le sofferenze risparmiate.

Inoltre il termine “clean” veicola subito un senso di positività verso il prodotto: fa bene all’ambiente e non contiene pesticidi o antibiotici rintracciati – anche se in dosi non letali – in altri prodotti di origine animale. I più sensibili a questi valori sono proprio i Millennials, ragazzi nati tra gli anni ’80 e i Duemila. Tuttavia, secondo un’indagine condotta da Midan Marketing, si tratta di consumatori profondamente innamorati della carne, molto più dei loro genitori, i Boomers. Considerando la spesa media settimanale in carne (163 dollari rispetto ai 93 dei genitori), potrebbero essere il target perfetto per i produttori di carne artificiale, anzi “pulita”.

La decisione spetta alla FDA, una volta che il prodotto verrà messo il commercio. La Food and Drugs Administration può anche dirimere la questione “nome”, ma poi starà ai consumatori decidere se questo prodotto – ecologico e sano – potrà essere ammesso in cucina. E non c’è bocciatura più feroce di quella data da chi va a fare la spesa tutti i giorni.

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