Editoria e cibo, ora anche il New York Times si butta sul food delivery

Il colosso dell’editoria Usa stringe un patto con la startup Chef’d per la consegna a domicilio di kit per la cucina preparati dalle ricette della sezione Cooking: “Un modo per diversificare le entrate”. Ecco i precedenti (anche in Italia)

Anche il New York Times, il più importante gruppo editoriale del mondo almeno in termini di popolarità, si butta nel food delivery. Come? In un modo molto particolare: tramite un’alleanza con la startup Chef’d che consisterà nella consegna di pasti ricavati dalle oltre 17mila ricette presenti sulla sezione Cooking del sito della testata.

Il precedente del Fatto Quotidiano

La notizia, anticipata da Bloomberg e confermata da NYTimes, segna una strada piuttosto singolare. Della quale avevamo d’altronde avuto un segnale significativo anche in Italia con l’investimento del Fatto Quotidiano nella startup Foodscovery appena lo scorso febbraio. Adesso anche il gigante del giornalismo mondiale prova a monetizzare i contenuti della sua piattaforma. Chef’d, che come core business consegna ingredienti già pronti e porzionati per cucinare ottime ricette (un po’ come la nostra Fanceat, per capirci), ci metterà la parte pratica. Attingendo ai suggerimenti del giornale.

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L’accordo

La startup ha appena un anno di vita e ha raccolto 50mila dollari nel corso di una campagna su Indiegogo. Oltre a più di 5 milioni di dollari dagli stessi fondatori, Kyle Ransford e Chris Growney. Di base a El Segundo, California, sfoggia due centri di distribuzione nei quali vengono preparati i kit per i pasti acquistando gli ingredienti direttamente da distributori, coltivatori e allevatori. Servono al massimo due giorni per ricevere il pacco (da due a quattro commensali con prezzi che variano da 19 a 79 dollari) e mettersi ai fornelli. Il valore aggiunto arriverà ora dalla partnership col New York Times e la sua sterminata library di ricette guidata da Sam Sifton, che si aggiunge a quelle già sottoscritte con una novantina di celebri chef, con Weight Watchers e con altri editori come Men’s Health.

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Perché l’editoria scommette sul cibo

“Il nostro pubblico trascorre molto tempo a casa a cucinare – ha spiegato Alice Ting, vicepresidente del Nyt con la delega allo sviluppo del marchio – per noi è naturale vedere questa come una strada da valutare”. Specie con i conti che non vanno benissimo, in rosso per 8,27 milioni di dollari ma con una confortante esplosione degli abbonamenti digitali (+67mila unità). Male la pubblicità su carta, che ha fatto segnare un calo del 9%, mentre la raccolta su web è salita dell’1,3%, portandosi al 29,9% dei ricavi pubblicitari complessivi.

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Gli estremi dell’accordo non sono chiari. Potrebbe anche darsi che il New York Times abbia scelto di acquistare una partecipazione nella startup. Per Bloomberg si tratta di un modo come un altro per dare una mano al bilancio e cercare nuove strade di profitto. Il paradosso è che il più importante quotidiano del mondo si stia ponendo un problema all’apparenza contraddittorio: legare il 94% del fatturato a vendite e pubblicità non è più sostenibile. Bisogna guardare oltre. Una lezione che molti editori nostrani dovrebbero cogliere.

Non è la prima mossa del genere. Non sarà l’ultima

Tra le altre iniziative, oltre al merchandising, il Times ha infatti lanciato una specie di agenzia di viaggi, Times Journeys, con la collaborazione dei suoi corrispondenti dall’estero e uno store online di vini. “Non lo avremmo fatto – ha concluso Ting sul patto con Chef’d – se non pensassimo che ci siano possibilità di ricavo. E non sarà l’ultima mossa”. In ogni caso, si partirà fra poche settimane, con l’arrivo dell’estate. Ovviamente solo alcune delle 17mila ricette, che raccolgono sette milioni di utenti al mese, saranno disponibili nella fase iniziale per comporre i pacchetti che i clienti potranno ordinare ma il servizio partirà subito in tutti e 48 gli Stati continentali.

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