Food crowdfunding, cibo condiviso: equity, reward, nuovi modelli di business

Il crowdfunding avanza anche nel food. Crowdfooding è la prima piattaforma di equity dedicata al settore. Ma ci sono anche altre strade. Dal Kickstarter dell’agroalimentare a modelli che fondono equity e reward based

Si dice spesso che “il cibo è codivisione”. Perché allora non possono esserlo anche gli investimenti nel settore food? Il crowdfunding potrebbe giocare un ruolo importante, ma le piattaforme dedicate a cibo e agroalimentare sono poche, sia per quanto riguarda il reward (nel quale i finanziatori ricevono una “ricompensa”) sia per l’equity (con gli investitori che rilevano una parte del capitale).

crowdfunding

Il cibo incontra l’equity

Una delle prime piattaforme dedicate all’equity fonde cibo e “folla” sin dal nome: si chiama Crowdfooding e punta a far incontrare startup e investitori. Le prime troveranno capitali freschi; i secondi potranno investire in modo distribuito su progetti diversi, pesando la propria capacità di spesa e i propri interessi. Insomma, nulla di nuovo rispetto al crowdfunding equity based. La novità è il focus esclusivo sul cibo.

Anche all’interno delle grandi piattaforme già esistenti, come Angel List, Crunch Base o CrowdCube, ci sono dei progetti dedicati al food. Senza però distinguere in settori un universo sempre più complesso. È quello che fa Crowdfooding, attraverso dieci categorie: Food&Tech, Food&Beverages, Grociery, Food Delivery, E-marketplace, Specialty Food, Organic Food, Wine And Spirits, Coffee&Tea, AgTech.

La startup è stata fondata a San Francisco nel 2014 da Alessio D’Antino, Stefano Contiero, Joao Adams Viera e Alessio Zanut. Oggi i soci sono cambiati, con Sara Roversi e Andrea Magelli ad affiancare il ceo D’Antino. Nella sua versione beta, Crowdfooding consente di sfogliare gli investitori disponibili. Lo si può fare come in un catalogo, in ordine sparso. Oppure sfruttando i diversi parametri di ricerca, in base alla composizione del portafoglio, per sottocategorie, per nome o per società finanziate. Ne verranno fuori profili con numero di investimenti effettuati (e in quali imprese), sede, ammontare medio sborsato e contatti. L’ambizione è quella di trasformare un catalogo in una piattaforma di matching personalizzato. Rivolto sia alle startup in cerca di capitale ma anche agli investitori in cerca di opportunità.

Le potenzialità ci sono

Le potenzialità dell’equity crowdfunding nel settore food sono confermate da un dato: nella top ten dei progetti più finanziati in UK nel 2015, due sono legati al cibo. La catena di fast food messicano Chilando è al secondo posto, grazie a 1500 utenti e un funding di 3,4 milioni di sterline (5 milioni di euro) raccolto su Crowdcube. Al sesto posto Camden Town Brewery, una catena di birrerie. A otto mesi dalla campagna (sempre su Crowdcube) che ha portato in cassa 2,7 milioni di sterline (3,6 milioni di euro), la società ha realizzato la seconda exit del mercato dell’equity crowdfunding, vendendo a AB InBev per 85 milioni di sterline (più di 112 milioni di euro).

ctb

L’equity crowdfunding non è uno

Il crowdfunding è un campo variegato. E lo è anche il mondo del food. Allargando lo sguardo dall’equity based classico, si trovano startup come Equityeats, fondata nel maggio del 2014. Si tratta di un equity sui generis, perché punta a finanziare nuovi ristoranti che saranno aperti nella propria città. Si investe in quelle che si vorrebbe mangiare. Letteralmente. Perché l’investimento iniziale viene ripagato in due modi. Il primo è classico: se gli obiettivi fissati dall’impresa vengono raggiunti, si ha un ritorno del 15% l’anno per cinque anni. Allo stesso tempo, l’accordo prevede un credito in cibo e bevande pari all’investimento iniziale. Per fare un esempio: volete un ristorante di cucina pugliese a Londra? Sborsate 1000 euro, ne ricevete 150 a fine anno e avete altri 1000 euro da spendere in orecchiette e primitivo.

Altro crowdfunding, altro modello di business. NakedWines.com è una piattaforma a metà strada tra l’equity e il reward. È popolata da 250 mila clienti-investitori. I membri di questo “club” versano 20 sterline al mese, che vengono poi investiti dai gestori nelle cantine. Il prodotto finale viene poi venduto, sulla stessa piattaforma, a prezzi più convenienti. Uno dei casi di successo del 2015 è italiano: Gianfranco e Serena Cordero, proprietari di un’azienda piemontese che produce Barolo, Barbaresco e Barbera, hanno raccolto 750 mila dollari.

Il Kickstarter dell’agroalimentare

Il crowdfunding reward based avanza a passi alterni. Kickstarter ha una (generica) categoria Food. Ha finanziato fino a ora poco meno di 400 progetti. Quello di maggior successo è un dispositivo di Anova pensato per le lunghe cotture che dialoga con lo smartphone. Ha raccolto 1,8 milioni di dollari da 10,508 finanziatori. GrowlerWerks, ha ottenuto 1,5 milioni con un fustino di birra dallo stile vintage. Chiude il podio (con 1,2 milioni) Meater, un termometro per la cottura della carne.

Le cifre medie però sono ben lontane dal milione. I progetti capaci di superare i 100 mila dollari sono stati 54. E solo uno su 100 ha superato il milione.

Ma il cibo ha il suo Kickstarter. Si chiama Barnraiser ed è nato nel 2013 grazie a un round da 2 milioni di dollari. In un paio d’anni ha finanziato con successo 105 progetti. Fattorie, contadini e perfino un’accademia per macellai. Gli importi richiesti sono contenuti e le cifre in ballo piccole: la proposta di maggior successo, un progetto di educazione alimentare, ha attirato 39 mila dollari. Uno su 7 supera i 20 mila dollari.

Paolo Fiore
@paolofiore

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