Eat Offbeat, il food delivery dei rifugiati. Funzionerebbe da noi?

A New York una startup dà lavoro a donne fuggite da Iraq, Nepal ed Eritrea. Sono chef e coinvolte nel business. Le giovani società italiane seguirebbero questo progetto d’integrazione?

Siamo tanto ghiotti di cibo a domicilio, meglio se etnico. Eppure, chissà se le startup italiane (o attive in Italia, in questo senso poco importa) farebbero mai un passo del genere. Un passo simile a quello della microscopica – per ora – Eat Offbeat. Si tratta di una food delivery startup newyorkese che ha deciso di unire il business ad altre importanti finalità sociali. Le tre chef che ci lavorano, infatti, sono persone che godono dello status di rifugiate, arrivate negli Stati Uniti da Paesi e situazioni diverse: Nepal, Iraq ed Eritrea. Una scelta più azzeccata non si poteva.

Il team della startup Eat Offbeat

Il team della startup Eat Offbeat

L’idea dall’hummus

La startup è stata fondata da due fratelli libanesi: Wissam e Manal Kahi. Quest’ultima si è trasferita nella Grande Mela tre anni fa per studiare amministrazione pubblica alla Columbia University. Il fratello Wissam si occupa invece di consulenza. Il grilletto è stato l’hummus: dato che Manal non ne trovava di buono come quello della nonna siriana ha prima deciso di fondare una startup esclusivamente dedicata alla celeberrima salsa di ceci e sesamo e, in un secondo momento, di trasformare l’impresa in un’autentica food delivery startup grazie al supporto dello chef Juan Suarez de Lezo.

Una schermata del sito di Eat Offbeat

Una schermata del sito di Eat Offbeat

 

Suarez de Lezo è al momento una specie di Chief Culinary Officer della società. Si occupa del lato igienico e formale, oltre che di perfezionare le quantità in base agli ordini, ma non mette mano alle ricette, visto che ai fornelli della cucina industriale affittata a Long Island ci sono tre persone arrivate negli Stati Uniti per sfuggire guerre e povertà. New York è una piazza affollatissima per questo genere di imprese. Eppure i due fratelli credono che la scommessa possa reggere l’urto, specialmente per l’originalità della proposta. Le tre chef, assunte part-time, cucinano piatti tipici dei loro Paesi d’origine: uno di quelli più gettonati è per esempio una il cavolfiore pastellato e fritto condito con salsa chili dolce, una portata nepalese della chef Rachana Rimal. Altra sorpresa l’iracheno Mahsi, cipolle ripiene di couscous, agnello e altre specialità e ricoperte di salsa pomodoro.

A Rachana così come a Nidaa Al Janabi, irachena, e Mitslal Tedla, eritrea, si  aggiungeranno presto altre persone. Anche loro potrebbero essere reclutate, come le prime tre chef, con il supporto dell’International Rescue Committee, un’agenzia statunitense. Nessuna esperienza professionale richiesta se non quella di aver già provveduto alla cucina nei loro Paesi di provenienza, anche solo per la famiglia.

I fratelli Manal e Wiiam Kahi, fondatori della startup

I fratelli Manal e Wiiam Kahi, fondatori della startup

L’esperimento

Per il momento si tratta di un piccolo esperimento sostenuto dal Center for Social Ventures della Columbia. Eat Offbeat lavora solo per gruppi da 10 persone in su e la consegna viene effettuata dagli stessi fondatori. Ogni menu, consultabile sul sito, consiste di tre o quattro portate a 20 dollari a commensale. Ma la coppia sta lavorando per consentire ordinazioni individuali a Manhattan nel giro delle prossime settimane.

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Il significato

Il punto, come ovvio, non è l’impresa. Leggendo questa storia mi è venuto piuttosto da domandarmi se questi gruppi di giovani così motivati che popolano incubatori e acceleratori di mezza Italia, molti dei quali impegnati in progetti legati proprio al food delivery, avrebbero mai voglia di lanciare un’iniziativa simile. O almeno, di coinvolgere migranti e rifugiati nelle cucine – per chi prepara anche i piatti che vende – o semplicemente nelle dinamiche lavorative, per chi effettua le consegne. Non è un caso che i due fondatori raccontino come l’obiettivo sia quello di cambiare l’attitudine degli americani: “Vogliamo che vedano come i rifugiati hanno molto da offrire loro – ha spiegato Wissam all’Huffington Post – vogliamo che vedano che stanno facendo qualcosa di grande. E possono farlo anche tramite il cibo”. Sarebbe esattamente la scelta che servirebbe anche all’Italia. Proprio in questa fase storica. Chissà se i rampanti startupper, così concentrati su loro stessi, saprebbero sposare una simile scommessa. Se ci siete, battete un colpo.

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