Agtech, 2015 record: investiti 4,6 miliardi di dollari. Ma il settore ha ancora fame

L’agtech cresce in capitali investiti (4,6 miliardi di dollari) e round chiusi. Il settore, trainato dal food eCommerce, è sempre più variegato. Cambia la geografia, sempre più globale. Ma i numeri raccontano ancora un potenziale inespresso

Per cibo e agricoltura la qualità è tutto. Ma anche la quantità fa la sua parte: nel 2015 gli investimenti attratti dal settore agtech (cioè la tecnologia applicata all’agroalimentare) hanno raggiunto i 4,6 miliardi di dollari. Sono stati sborsati da 672 investitori, in 526 round destinati a 499 imprese. Con qualunque parametro lo si voglia misurare, il 2015 è stato un anno da record. Nel 2014 i finanziamenti complessivi erano poco più della metà: 2,4 miliardi di dollari. Nel 2015 erano appena 500 mila dollari. In due anni il flusso di denaro si è quintuplicato. Le cifre sono il frutto di un’analisi di AgFounder su dati CrunchBase. Il Food eCommerce (che include il delivery) continua, in linea con gli anni scorsi, a guadagnarsi la fetta di torta maggiore. Seguono Irrigazione e acqua. Terzo il comparto della robotica, spinto dal successo dei droni in agricoltura.

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L’agtech è a rischio bolla?

Lo sviluppo è talmente rapido da far avanzare un dubbio: l’agtech è in bolla? In altre parole: il settore è abbastanza solido da sopportare una crescita così impetuosa o è destinato a crollare sotto il proprio peso? Per rispondere a questo dubbio (legittimo), il report usa il bilancino. L’agricoltura vale 7,8 trilioni di dollari, cioè il 10% del Pil globale. Significa che l’agtech vale appena lo 0,5% dell’intero settore. Altro dato: gli investimenti dei venuture capital in agtech sono il 3,5% di quelli complessivi. Poco rispetto alla fetta agricola di Pil. In altre parole: gli investimenti si muovono in un ambiente che ha ancora molto spazio. Il rischio bolla, al momento, non si vede.

Un nuovo mercato globale

Il food eCommerce resta il settore più accattivante. Primeggia sia per capitali (1,65 miliardi, pari a un terzo dell’intero gruzzolo) che per round (sono 137). Il progresso è stato del 300% rispetto al 2014. Ma non si è trattato di una fuga solitaria. Gli investimenti oltre il commercio elettronico sono cresciuti da 1,9 a 2,9 miliardi. Segno di un mercato sempre più variegato. Lo dimostra anche il fatto che, in una classifica dei maggiori deal dominata dall’eCommerce, spunta (al quinto posto) una società del foodtech (Impossible Foods). Il cambiamento di equilibri più radicale, però, non sta tanto nei settori quanto in una rinnovata geografia degli investimenti. Le compagnie statunitensi sono sempre le più attraenti: hanno messo insieme 2,4 miliardi, pari al 58% del capitale. Tanto. Ma molto meno rispetto al 2014, quando misero in cassa il 90% della torta. È l’effetto di una duplice causa: da una parte emergono nuovi ecosistemi, dall’altra anche i venture capital europei e asiatici iniziano a guadagnare peso.L’agtech, ad esempio, sta trovando un ambiente ideale in Israele. Il Paese è stato capace di attirare 550 milioni e piazzarsi alle spalle degli Usa. Precede niente meno che Cina (506 milioni) e India (480 milioni). Un piccolo miracolo per un Paese che conta meno abitanti della Lombardia e un prodotto interno lordo che vale otto volte meno quello italiano.

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Dalla parte degli investitori

L’agtech è sempre più globale. Lo si nota anche dalla classifica delle maggiori round: nella top ten, ci sono “solo” quattro imprese statunitensi. Affiancate da tre cinesi, una tedesca, un’indiana e una giapponese. Il round singolo più consistente è cinese (con i 200 milioni incassati da Womai). A ben guardare, però, è la tedesca HelloFresh ad aver ottenuto di più nel 2015, grazie alla somma di due round da 126 e 85 milioni. Terza la prima americana, Blue Apron, altra impresa di food delivery. L’Asia si afferma come forza emergente, con sei operazioni nella top ten.

Se gli investimenti sono più eterogenei (per settori e geografia), gli investitori non sono da meno. Su 672, solo 124 hanno effettuato più di un’operazione. Tra gli investitori seriali ci sono venture a tutto campo (come Sequoia Capital, che ha messo piede in 11 deal). Ma avanzano i fondi specializzati, come Syngenta Ventures eMiddleland Capital (7 investimenti) e Monsanto Growth Ventures (6 investimenti).

Tra nuovi semi e primi frutti

Il panorama degli investimenti disegna una curva equilibrata. Com’è normale che sia in un settore che sta vivendo la sua infanzia, numericamente sono i seed a dominare: sono 260, circa la metà del totale. Nel più classico imbuto, la curva flette a 123 round A e 46 B. Un affollamento negli early stage che, nel 2015, ha fatto decrescere l’investimento medio. Un altro segno di un settore che, nonostante l’aumento dei capitali, ha ancora sete di risorse. Allo stesso tempo si consolidano anche gli investimenti degli stadi più maturi. I round C, grazie soprattutto al food eCommerce, sono cresciuti del 75%, superando per la prima volta il miliardo di dollari. A un lieve calo dei round D si contrappone un raddoppio di quelli successivi.

Insomma, i venture sono certi delle potenzialità dell’agtech: seminano tra le imprese appena nate ma sono sempre più disposti a spendere per business più solidi (soprattutto nel food eCommerce). Da una parte le radici devono essere ancora rafforzate. Dall’altra i primi rami stanno dando buoni frutti.

Paolo Fiore
@paolofiore

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