Simone Cosimi

Simone Cosimi

Gen 12, 2016

Lotta allo spreco di cibo, la lezione che viene dalla Francia

Manca solo il passaggio al Senato per l'entrata in vigore del "reato di spreco alimentare" per i supermercati di grandi dimensioni. E intanto scatta l'obbligo di doggy bag nei ristoranti. E l'Italia? Fra i primi a muoverci ma la situazione rimane critica

Otto miliardi di euro. A tanto ammonta lo spreco alimentare domestico in Italia secondo Last Minute Market. Probabilmente anche di più, intorno ai 13, visto che nelle indagini tendiamo ad autoassolverci e i numeri vanno dunque rivisti al rialzo. Ma si tratta solo della parte casalinga del fenomeno, che nel complesso tocca invece, a seconda delle stime e delle fonti, fra 5,5 e 10 milioni di tonnellate di alimenti l’anno destinati alle discariche e in cui un ruolo essenziale è ovviamente occupato da mense, supermercati e ristoranti.

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La legge del “buon samaritano”

Non stiamo facendo granché, per arginare la parte del fenomeno che tocca più da vicino le politiche pubbliche. Siamo fermi alla legge cosiddetta “del buon samaritano”, la n.155 del 2003 sul recupero e la distribuzione degli alimenti invenduti. È stata una fra le prime in Europa, sulla scia dello statunitense Good Samaritan Food Donation Act di qualche anno prima. Per molti ha prodotto buoni risultati, specie secondo di chi lavora nel settore dell’assistenza alle persone in difficoltà: il Banco Alimentare dice ad esempio di aver così recuperato nel 2014 un milione di porzioni. Per altri, invece, è ancora fortemente limitata dai vincoli burocratici che ne rendono piuttosto arzigogolata l’applicazione, in particolare agli enti no profit più piccoli, ai quali viene trasferita la cosiddetta “responsabilità di percorso” sulla tutela igienico-sanitaria del cibo donato. L’idea, come sempre, è di una strada imboccata prima di molti altri e con ottime intenzioni ma in seguito abbandonata per un’implementazione troppo blanda o, al contrario, eccessivamente fiscale.

La situazione rimane critica

Fatto sta che la situazione è ancora critica. Come si spiegava, a seconda delle fonti il cibo buttato si muove fra i 5,5 e i 10 milioni di tonnellate. La faccenda assume contorni ancora più preoccupanti se si considera il tracollo del fondo per gli indigenti nel 2015, per quanto riguarda la parte versata dallo Stato: appena 5 milioni di euro, scesi quest’anno a 2 e previsti da un emendamento della legge di Stabilità in risalita a 5 per il 2017. Per fortuna ci sono i 71,5 provenienti dall’Europa. Secondo il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina si potrebbero facilmente recuperare almeno due miliardi di euro di cibo ogni anno, spingendo la redistribuzione delle eccedenze fino a un milione di tonnellate contro le attuali 500mila. Senza contare le ricadute in termini ambientali: lo spreco alimentare pesa 13 miliardi di tonnellate di CO2. In Italia si buttano il 35% dei prodotti freschi (latticini, carne, pesce), il 19% del pane e il 16% di frutta e verdura con una perdita di 1.226 milioni di m3 l’anno di acqua, pari al 2,5% dell’intera portata annua del fiume Po. Come fare, dunque? Quali modelli individuare?

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Spreco, la legge francese sui supermercati

La Francia sta dando l’ennesima lezione di civiltà per tentare di abbattere quegli 8 milioni di tonnellate buttati ogni anno. Anche se l’impostazione italiana non sembra disponibile a seguire la strada del reato di spreco alimentare intavolato l’anno scorso e definitivamente approvato dall’Assemblea nazionale transalpina lo scorso 10 dicembre. Manca un passaggio al Senato, che appare scontato visto che il provvedimento ha unito un po’ tutti gli schieramenti parlamentari, e il provvedimento diventerà legge nel giro di poco tempo. Il testo proibisce ai supermercati di almeno 400 metri quadrati di superficie di distruggere cibo invenduto se ancora commestibile, obbligandoli alla firma di un protocollo d’intesa con associazioni di volontariato per la donazione delle derrate. Pena: multe fino a 75mila euro e due anni di reclusione.

La doggy bag obbligatoria nei ristoranti

Un’impostazione senza dubbio punitiva che Martina ha ribadito più volte di non condividere, commentando nel corso di molti appuntamenti dell’Expo milanese i contorni del disegno di legge italiano sul tema, che dovrebbe arrivare nei primi mesi del 2016. Intanto i cugini d’Oltralpe hanno visto entrare in vigore col primo gennaio un’altra legge, quella che impone ai ristoranti che servono almeno 180 pasti al giorno di disporre di doggy bag per i clienti che volessero portare a casa i cibi rimasti nel piatto. Per molti un affronto alla raffinata etichetta francese che strizzerebbe troppo l’occhio alle abitudini statunitensi. Ma è finita l’epoca della forma: il 75% dei francesi si dice infatti favorevole all’idea anche se il 70% non ne ha mai fatto ricorso.

Una doggy bag

Una doggy bag

Questione culturale

Si tratta dunque di una questione prettamente culturale che certo faticherà non poco a imporsi. “Non serviamo porzioni molto grandi come negli Stati Uniti e buttiamo via poco cibo perché cuciniamo solo ciò che viene ordinato – ha spiegato al Telegraph Xavier Denamour, un ristoratore del Marais – insomma non abbiamo grandi quantità di prodotti precotti. Trovo inutile la nuova legge perché non affronta direttamente il problema dello spreco. Sarebbe meglio impedire ai ristoranti di servire cibi industriali che scadono rapidamente”. In ogni caso, la doggy bag è ormai un’abitudine sempre più diffusa – cosa cambi, poi, ai ristoratori nel mettere a disposizione una simpatica confezione in cartone come quella qui sopra, si fatica a capirlo – anche se rimangono appunto delle resistenze: secondo Coldiretti il 25% degli italiani ritiene ancora che chiedere un contenitore sia “da maleducati, da poveracci o volgare”. Come se non fosse più volgare lasciare nel piatto, con destinazione pattumiera, mezza porzione di una qualsiasi pietanza mentre quattro milioni di persone nel nostro Paese non hanno di che mangiare. Forse incentivare il recupero non basta più: converrebbe tentare la strada francese. E iniziare a sanzionare lo spreco.