Aldo V. Pecora

Aldo V. Pecora

Ott 15, 2015, 4:00pm

Cosa succede dopo Expo, dal Mit italiano alla Food Valley

1 milione di metri quadri per alta tecnologia, campus e ricerca nel food. Viaggio nel dopo Expo, i progetti e la nuova cabina di regia del governo

Che fine fa Expo dopo Expo? Non è un gioco di parole, ma la domanda delle domande. Che senso dare agli oltre 20 milioni di biglietti venduti, al milione di metri quadrati di area espositiva, al miliardo e 300 milioni spesi per rendere possibile questa enorme scommessa chiamata Expo Milano 2015, una scommessa che ha visto vincere a mani basse la partita dell’Italia col mondo sul futuro dell’alimentazione. E’ questo il problema da risolvere, e siamo in ritardo, perché tra 2 settimane Expo chiuderà e non sappiamo ancora come capitalizzare in modo utile, intelligente e duraturo gli sforzi del governo italiano, dei 140 paesi coinvolti, delle amministrazioni locali lombarde, delle aziende, migliaia da tutto il mondo, che hanno creduto in Expo e nel claim che è stato il manifesto di questo evento: “nutrire il pianeta, energie per la vita”.

#dopoExpo

Nutrire il pianeta, appunto. Secondo le ultime proiezioni delle Nazioni Unite, la popolazione mondiale avrà superato i 9,7 miliardi entro il 2050. Vuol dire che ci saranno oltre 3 miliardi di persone in più da sfamare. E le stime sono impressionanti, come le stime della Kauffman Foundation, secondo cui sempre entro i prossimi 30 anni dovremo essere in grado di affrontare una crescita del 70% della domanda alimentare, e la tecnologia agricoltura sarà fondamentale. Tant’è che ad essere preoccupato non è solo chi produce ma anche commentatori e analisti come l’Economist. Perché crescerà la domanda, con ritmi incessanti, e non solo i principali metodi di coltivazione attuali sono insufficienti a soddisfarla, ma entrano in gioco altri elementi negativi come la deforestazione, le malattie delle colture, la desertificazione ed erosione del suolo.

La tecnologia è già nei nostri piatti

Ma siamo sulla buona strada, o meglio, c’è chi sta innovando in un settore che fino a un decennio fa sembrava quanto di più eternamente antico e analogico ci potesse essere: l’agricoltura. Ci sono fattorie in giro per il mondo che hanno già portato l’Internet of Things nelle loro coltivazioni e nell’allevamento del bestiame. E’ possibile monitorare temperatura e acidità del latte di ogni singola mucca, oppure ancora l’umidità di una pianta di pomodori, la temperatura esterna di una serra e il rilascio della giusta quantità di fertilizzanti direttamente dal proprio smartphone.
Per non parlare, poi, delle innovazioni nell’agricoltura senza l’utilizzo di suolo, dall’idroponica, all’aeroponica, all’acquaponica. Oppure ancora l’agricoltura di precisione, che oramai si realizza anche con l’utilizzo di droni in grado di mappare un appezzamento ettaro per ettaro, metro per metro, centimetro per centimetro, e trasmettere tutti i dati in cloud in tempo reale.

Non è fantascienza, è la nuova frontiera della produzione del cibo. Meno sprechi, più qualità.

Quel mondo di sofisticati sensori, software, strumenti di analisi e di modificazione genetica che fino a pochi anni fa sembravano destinati ad essere fruibili solo in grandi laboratori di ricerca, adesso sono davvero alla portata di tutti. E’ per questo che non solo gli enti governativi, ma anche aziende private e ventures stanno prestando sempre maggiore attenzione al problema della sicurezza alimentare globale.

Così il governo si prenderà Expo

Il terreno dove sorge l’area espositiva di Expo è di proprietà della Arexpo, una società nella quale i principali attori sono il Comune di Milano e la Regione Lombardia, con quote di circa 34,67% a testa, la Fondazione Fiera di Milano, con il 26%, e poi la Provincia di Milano (2%) e il Comune di Rho (1%).
L’ingresso del governo nella proprietà dell’area attraverso il MEF, secondo quanto riportato da Affari e Finanza, prevederebbe una ricapitalizzazione della società intorno ai 30 milioni, con Fondazione Fiera che scenderebbe al 20% della proprietà e Comune di Milano e Regione Lombardia intorno al 25%.

Il premier Matteo Renzi a Expo

Il premier Matteo Renzi durante il discorso di apertura di Expo Milano 2015

Numeri a parte, il dato certo è che la questione è approdata finalmente sul tavolo del presidente del Consiglio e dovrebbe discutersi proprio in queste ore. Sempre secondo le prime indiscrezioni, su Expo ci sarà una nuova governance e una nuova cabina di regia basata a palazzo Chigi: della nuova fase dovrebbero far parte anche il Comune di Milano e la Regione Lombardia. Alla guida il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina e il premier Matteo Renzi vedrebbero bene un commissario con pieni poteri, come pieni poteri ha avuto il commissario di Expo Beppe Sala, protagonista indiscusso del successo di questa esposizione internazionale. Serve comunque «un interlocutore unico o – come delineato da Martina – un modello organizzativo simile al commissario per evitare rallentamenti e bizantinismi».

Un Mit italiano? Cosa resta di Expo e cosa farne

E una volta acquisita la proprietà dell’area (che sarà composta solo dai padiglioni Zero e Italia, cardo e decumano) che si fa?
I padiglioni degli espositori – è bene ricordarlo – saranno smantellati subito dopo la chiusura della fiera. Tranne uno, quello degli Emirati Arabi, che sarà smontato e ricollocato a Dubai per lanciare la prossima Expo 2020.

Quindi toccherà trovare cosa fare dell’area, e i soldi per farlo. Soldi che potrebbero arrivare anche da Cassa Depositi e Prestiti, pronta a investire 1 miliardo per la riconversione dell’intera area.

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L’associazione degli industriali lombardi, che tanto ha scommesso su Expo, ha fatto sapere che c’è l’interesse di multinazionali (il 40% di quelle presenti in Italia ha già sede a Milano) per far sorgere nell’area di Expo centri di ricerca e incubatori tecnologici, in cui magari far lavorare giovani laureati e aprire nuove startup.
E’ lo stesso presidente di Assolombarda, Gianfelice Rocca, a tracciare dalle colonne del Corriere della Sera le linee guida del progetto “Nexpo”: un grande hub scientifico-tecnologico che preveda imprese, laboratori e centri di ricerca agroalimentare, finanziato dal ministero dell’agricoltura per almeno la metà del milione di metri quadrati disponibili (anche perché il “veto” del Comune di Milano prevede che la maggior parte dell’area espositiva dopo Expo sia destinata a verde).

Un milione di metri quadrati, appunto. Stiamo parlando di uno spazio enorme, come 150 campi da calcio.

Il vero problema sarà riempirli e non buttare alle ortiche tutta l’infrastruttura che sta intorno all’area, dalla rete ferroviaria ad Alta velocità, ai collegamenti autostradali con gli aeroporti di Linate, Malpensa e Orio al Serio, ai 200 km di fibra che la attraversano.
Anche l’Università di Milano vorrebbe essere della partita, e ha ufficializzato al Comune un progetto per la realizzazione di un campus universitario.

Su cibo e tecnologia girano i soldi. Tanti soldi

Internet of Food è un termine del quale si parla poco e invece se ne dovrebbe parlare molto di più. L’intero ecosistema Food Tech, compresi gli strumenti e i sistemi di analisi non solo nella filiera della produzione del cibo, ma anche in tutti i livelli della catena logistica: non è un caso che siano migliaia oramai le startup del food che nascono ogni giorno, da quelle per il monitoraggio e la distribuzione degli alimenti a quelle che cavalcano il boom della sharing economy, mettendo in connessione tra loro gli utenti. E se Airbnb e Uber hanno cambiato per sempre il modo in cui dormiamo e ci muoviamo, così anche le piattaforme di social eating e home restaurant stanno decollando in tutto il mondo.

frutta-tablet

Secondo il Dow Jones VentureSource, nella prima metà del 2014, le startup del food hanno attirato oltre 1 miliardo di investimenti in tutto il mondo. Una partita nella quale a trainare la corsa, manco a dirlo, sono gli Usa.

Fateci caso: non c’è forse in questo dato il vero senso politico dell’orto degli Obama alla Casa Bianca?

Gli investitori stanno versando i soldi in queste aziende tecnologiche alimentari, dai servizi di generi alimentari e di consegna ristorante alle analisi di allevamento, di piattaforme web che collegano i consumatori tra loro o direttamente con gli agricoltori.

In Italia 1 milione di posti di lavoro col food (ed è solo l’inizio)

Quanto all’Italia, secondo un’indagine del Sole 24 Ore, nei prossimi 10 anni l’Internet of Food creerà almeno un milione di posti di lavoro. E poi, regola numero uno per capire cosa sta succedendo: seguire i soldi. Negli ultimi 18 mesi ci sono stati dei movimenti per 6 miliardi sul foodtech (nel 2012 erano soltanto 2. Il triplo in 3 anni.
Sempre a proposito di numeri, l’obiettivo del governo italiano è quello di raddoppiare le esportazioni entro il 2020. Cinque anni, insomma, è l’obiettivo fissato da Renzi per fare del Made in Italy un volano di crescita e risanamento economico dell’intero Paese.

La Food Valley

Puntare tutto sul food. Ne sono convinti tutti. Per capirne di più abbiamo raggiunto telefonicamente Franco Laratta, consigliere Ismea, l’Istituto per studi, ricerche e informazioni sul mercato agricolo, secondo il quale «l’Italia ha battuto la Francia nel settore del vino e ci avviamo a produrre anche quest’anno uno degli olii migliori del mondo». E’ lo stesso esponente dell’Ismea a snocciolare alcuni numeri: «I giovani sono tornati all’agricoltura, +44% di iscrizioni alle Scienze agrarie, nell’anno in cui crollano le iscrizioni alle altre facoltà». E poi, il ruolo di internet che ha “orizzontalizzato” la piccola e grande distribuzione. «Ci sono tante piccole aziende – spiega Laratta – che hanno magari coltivano vitigni per pochi ettari di terreno e quindi non espongono alle fiere, ma sono bravi a curare la loro presenza su internet e vendono in tutto il mondo».
Che fare dopo Expo? Laratta ha le idee molto chiare: «Bisogna confermare la natura per cui è nata Expo, un grande polo agroalimentare, dove fare soprattutto ricerca tecnologica».

Credits: vinoegiovani.it

Credits: vinoegiovani.it

Su questo campo ci sono già altri esperimenti ben riusciti. L’architetto Carlo Ratti, che per Expo ha progettato il “Future Food District”, intervistato dal Corriere della Sera ha detto che «la Tech City di Londra sta cambiando la fisionomia della capitale britannica, a Parigi la ristrutturazione della Halle Freyssinet promette di creare il più grande incubatore d’Europa. È una strada promettente».

L’idea di una Food Valley piace molto alla Silicon Valley, quella vera. Nicola Villa, italiano e alto dirigente di Cisco, ha detto in un’intervista a Fast Company in occasione della sua presenza a Expo che «l’Italia è il cibo, ha uno dei più alti numero di telefoni cellulari e gli utenti di Facebook al mondo». Un posto dove «costruire ponti tra la tecnologia e alimentazione».

Tutti d’accordo, dunque, sul futuro di Expo. Persino la leader della Cgil Susanna Camusso: «E’ il luogo tecnologicamente più avanzato che abbiamo in Italia, ha detto. «Se non si investe su questo sarebbe un gigantesco spreco di denaro pubblico: bisogna individuare filoni di ricerca su cui creare anche startup. L’agroalimentare ad esempio».

Ma se oggi si discute di tutto ciò, gran parte del merito è di un ex startupper e imprenditore di successo. Un visionario, il termine ci sta tutto e non è affatto azzardato, che ha capito prima di tutti che senso dare all’eredità di Expo, immaginando un grande progetto internazionale che riesca a unire il campo dell’alimentazione e quello della tecnologia. Stiamo parlando di Marco Gualtieri, il fondatore di TicketOne, Milano Cucina e Seeds&Chips.
Oggi è entusiasta Gualtieri. «L’idea della Food Valley tecnologica – dice – può finalmente essere elevata a progetto di “interesse strategico nazionale”. Ci credo sempre di più: Milano e l’Italia diventeranno il centro del mondo nella food innovation».

Marco Gualtieri

Marco Gualtieri

Il fondatore di Seeds&Chips ha sintetizzato in 25 punti tutti i motivi per trasformare l’attuale sito Expo nella Food Valley. Venticinque buone ragioni che suonano un po’ come un training autogeno. Perché spesso le strade sono già tracciate, ma o non le vediamo, o facciamo finta di non vederle, perché abbiamo smesso di osare e credere nel nostro grande potenziale.
Strade che sono intersecate da segni e da sogni. Segni, come la Carta di Milano, o come il “Milan Urban Food Policy Pact”, che 100 sindaci da tutto il mondo sottoscrivono oggi a Milano che domani sarà consegnato a Expo al segretario generale dell’Onu Ban-Ki Moon.
Il sogno? Sapere che fine fa Expo prima della fine di Expo. Senza giri di parole.

Aldo V. Pecora
Twitter: @aldopecora