Stampanti 3D e cibo, la rivoluzione è nel piatto

Stampare un piccolo giardino commestibile o creare un piatto di ravioli in cinque minuti inviando il comando via smartphone. Il futuro del cibo, forse, non è così lontano

Creare dal nulla un’intera cena da 5 portate con una stampante 3D. Detta così sembra incredibile. Certo, non che negli anni 80 fosse più credibile pensare di poterlo fare con un microonde o con un robot da cucina, cosa che oggi è considerata ovvia. Il mondo del cibo cambia e, con esso, anche il modo in cui cuciniamo gli alimenti. La stampa 3D sta vivendo un periodo di grazia, si stima che entro la fine del 2015 il mercato crescerà ancora del 40%, e le sue affinità con gli alimenti e la loro elaborazione sono note ma sarà in grado di sostituire il microonde nelle nostre cucine?

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C’è chi pensa di sì. Lei si chiama Lynette Kucsma ed è la co-fondatrice di Natural Machines, la società spagnola che ha creato Foodini, una stampante 3d capace di creare piatti complessi partendo da alimenti naturali. Foodini ha le sembianze di un grande forno a microonde dotato di connessione Wifi e display touch screen ma funziona come una stampante 3D programmata per lavorare con diversi elementi contemporaneamente. Per stampare un piatto è necessario procurarsi ingredienti freschi e ridurli allo stato liquido per poterli inserire nella macchina, scegliere una ricetta dal touch screen e aspettare che lei faccia il resto. Per preparare un piatto di ravioli, ad esempio, Foodini stamperà lo strato di pasta inferiore, il ripieno e lo strato di pasta superiore in successione, impiegandoci al massimo una decina di minuti (ed evitando di cospargere di farina ogni piano della cucina).

“Quando le persone hanno sentito parlare per la prima volta di microonde non ne hanno compreso immediatamente la tecnologia, ma ora il 90% delle famiglie ne ha uno in casa” afferma Kucsma “oggi sta accadendo la stessa cosa con la stampa in 3D di alimenti, ma su una scala molto più veloce perché oggi l’innovazione tecnologica avanza molto più rapidamente e noi con lei”. Questa versione 1.0 di Foodini non è ancora in grado di cuocere gli alimenti ma dalla casa produttrice assicurano che aggiungeranno questa caratteristica nei modelli futuri.


Il lancio sul mercato della stampante era previsto per il 2014 ma, dopo il fallimento della campagna di finanziamento su Kickstarter, la sua commercializzazione è stata rimandata a metà del 2015. Il prezzo dovrebbe aggirarsi attorno ai 1000 euro (circa 200 in meno rispetto all’ultimo modello di Bimby) e sarà acquistabile principalmente online. Lynette Kucsma prevede che un giorno non molto lontano tutti saranno in grado di premere un tasto sul loro smartphone e dire alla loro stampante 3D di mettersi al lavoro e preparare la cena.

La crescita commestibile di Chloé

Ma le stampanti 3D possono anche servire a ridurre le distanze tra i consumatori e gli alimenti. È il caso di Edible Growth, il progetto della food designer olandese Chloé Rutzerveld che unisce la stampa tridimensionale a organismi viventi.

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Funziona così: si stampa una struttura sferica in pasta, con una consistenza simile a quella dei cracker, al cui interno viene inserita una base di agar agar, una sostanza gelatinosa commestibile derivante dalla lavorazione delle alghe, che fungerà da terreno fertile per la germinazione di semi e spore. Tutto cresce all’interno del prodotto stesso: nel giro di cinque giorni le piante e i funghi saranno germogliati e commestibili. Simile al formaggio, il profumo e il sapore del prodotto si intensifica e cambia nel tempo, così come il suo aspetto.

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“Grazie alla stampa in 3D la catena di produzione può essere molto più corta, il trasporto di alimenti verrà ridotto e si utilizzerà meno terreno per coltivare o allevare” commenta Chloé. In effetti il processo di crescita commesitibile alla base di Edible Growth fa un uso intelligente della fermentazione naturale e della fotosintesi riducendo così il trasporto, le emissioni di carbonio ad esso associate e lo spreco di cibo.

L’obiettivo del progetto, che Chloé Rutzerveld ha sviluppato lo scorso anno in collaborazione con l’Università della Tecnologia di Eindhoven e TNO, è comprendere come la stampa 3D potrebbe essere utilizzata nel settore alimentare. “Un sacco di gente pensa che i metodi di produzione industrializzati siano innaturali o malsani“, spiega Chloé. “Voglio dimostrare che non sempre è così. Con Edible Growth si può veramente vedere che il processo è naturale, sano e sostenibile allo stesso tempo.” Il progetto è ancora in fase di sviluppo, e la stessa Chloé ammette che la redditività commerciale è ancora molto lontana: “Ci vorranno almeno altri otto a dieci anni prima che questo prodotto possa essere sul mercato“.

Un Commento a “Stampanti 3D e cibo, la rivoluzione è nel piatto”

  1. Paola Speccher

    Spero di essere ancora in collegamento x vederne i risultati, la cosa mi emoziona. Complimenti e non mollate. MfG Paola

    Rispondi

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